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La vita del Beato Bernardo di Baden

Nel Castello

Dalla torre del suo castello di Hohenbaden il margravio Giacomo I guardava la pianura; in braccio teneva il suo secondogenito Bernardo, di poche settimane: era infatti l'estate del 1428. Fin dove l'occhio poteva spingersi, si estendevano le cupe, silenziose foreste della Selva Nera. Laggiù in fondo si vedeva il villaggio di Baden con le sue casette raggruppate attorno alla chiesa parrocchiale, e più in là, nella chiara valle, il convento delle pie suore di Lichtenthal. Più lontano ancora, dove si estendeva il bassopiano, nascosto dalla foschia scorreva il Reno; ai di là del fiume si scorgeva Strasburgo, la città vescovile; più in giù Spira, ed al di là dei Vosgi la terra di Francia, il cui re era imparentato per matrimonio con la casa di Baden. Era piccolo, il paese che apparteneva al margravio; egli non era un principe ricco per abbondanza di denaro, ma possedeva un paese prospero per ricchezze naturali, com'è del resto ancora oggi.

Anzitutto era un paese pacifico, poiché il margravio Giacomo era un vero padre per i suoi sudditi, un padre che ci teneva alla legge ed alla giustizia, alla pace ed al l 'ordine nel suo territorio. Attraverso queste terre i commercianti potevano viaggiare tranquillamente; non vi erano quasi mai delle rapine, e, in caso di bisogno, il margravio metteva delle scorte armate a disposizione dei viaggiatori. Nel suo paese, Giacomo non tollerava ingiustizia o sopruso, ed i suoi sudditi vi si trovavano veramente bene. Essi non furono da lui dissanguati con tributi, com'era consuetudine in altre regioni in quell'epoca. Una prova dell'alto sentimento di giustizia che animava questo uomo, sta nel suo testamento: egli impose ai suoi eredi di viaggiare attraverso l'intero paese prima di assumere la successione, e di domandare dappertutto se qualcuno avesse da lamentarsi di lui. Il margravio Giacomo era famoso per la dirittura morale, per l'amore della giustizia, per la saggezza basata sull'esperienza della vita, perciò lo si chiamava volentieri come arbitro in caso di divergenze, tanto che fu soprannominato "Salomone". Il ruolo di paciere era dunque ereditario in questa famiglia.

Da parte della madre Caterina — una delle figlie del Duca di Lorena — la famiglia era imparentata con la casa regnante di Francia. Una sorella della madre di Bernardo (Isabella) era la consorte del Re Renato d'Angiò. Presso questo zio, Bernardo si recava sovente e si fermava a lungo, ed a questa corte famosa e signorile egli ricevette gran parte della sua aristocratica educazione nel cerimoniale di corte. Sembra che qui egli sia diventato un provetto cavaliere da torneo.

La madre introdusse anche la preghiera del rosario al castello di Hohenbaden, poiché sua madre, duchessa Margherita di Lorena, nonna di Bernardo, era una fervente devota di questa preghiera. Sappiamo che essa fece divulgare attorno all'anno 1400 nel suo paese il nuovo modo di recitare il rosario, intercalando le decadi coi misteri. Certamente Caterina avrà recitato questa preghiera con la sua famiglia anche nella cappella del castello di Hohenbaden. La venerazione della Madonna era a quel tempo molto sentita, come testimoniano i numerosi quadri della Vergine dei più famosi pittori di quel secolo. Ispirati da questo spirito mariano, i margravi di Baden si occupavano anche molto del Santuario di Bickesheim.

La margravia Caterina morì molto giovane, nel 1439, dopo appena tredici anni di matrimonio, e fu sepolta nella chiesa collegiata del capoluogo. Attorno al suo letto di morte si trovavano sei figli in minore età. Bernardo, il secondogenito, aveva undici anni, il più piccolo, di nome Marco, appena uno. Al castello di Hohenbaden erano ora soli, senza la mamma. Possiamo immaginare quale fosse ora la vita nel castello, date anche le molte necessarie assenze del padre; benché i bambini fossero curati molto bene, nessuna zia o bambinaia poteva sostituire la mamma. I fratellini crebbero molto uniti, ed i più grandi si prendevano cura dei più piccoli. Così Bernardo imparò presto a pensare agli altri, aiutando e assistendo i fratellini. Il suo cuore si ingrandì nella carità, gettando così la base di quel lato del suo carattere che ritroviamo più tardi in Bernardo condottiero ed ambasciatore imperiale. La sua grande bontà, il suo tatto e la sua gentilezza furono tanto apprezzati dai suoi contemporanei che essi gli diedero il soprannome "Bon Bernhart".

Riguardo ai suoi fratelli sappiamo che il primogenito e perciò erede al trono si chiamava Carlo.

Egli sposò una figlia del duca Ernesto d'Austria, sorella quindi dell'Imperatore Federico II. In questo modo la Casa di Baden si imparentò strettamente con la casa d'Asburgo, entrando così a far parte del gruppo dei nobili fedeli all'imperatore. Bernardo era il secondogenito e come tale aveva ugualmente diritto alla successione secondo la legge del casato. Questa legge permetteva la suddivisione del margraviato in non più di due parti. La terzogenita si chiamava Margherita ed andò sposa a quindici anni (era il costume dell'epoca) al margravio Albrecht di Brandeburgo, castellano di Norimberga, uno degli uomini più belli e più valorosi dell'aristocrazia tedesca del suo tempo. Margherita gli diede ben otto figli, però il matrimonio non sembra essere stato del tutto felice. In quei matrimoni politici non si teneva sempre conto dei sentimenti dei figli; l'unione doveva servire al bene della patria. Il cognato del Brandeburgo avrà fatto in un primo tempo ottima impressione al giovane Bernardo che aveva allora appena diciassette anni ed era quindi in un'età nella quale si rimane facilmente entusiasmati da simili tipi d'uomo. Più tardi però Bernardo dovette usare un linguaggio severo con suo cognato riguardo alla situazione coniugale della sorella. Gli ultimi tre fratelli erano Giovanni, Giorgio e Marco, che studiarono prima ad Erfurt e poi a Pavia, per diventare ecclesiastici, come era la consuetudine di quel tempo.

Giovanni divenne arcivescovo di Treviri e fu apprezzato dai suoi contemporanei come retto e giusto principe della Chiesa. Giorgio, dopo aver superato qualche dubbio circa la via da scegliere, divenne vescovo di Metz, e Marco canonico a Strasburgo ed a Colonia. La cronaca parla poi di un settimo discendente, una bambina, che sembra essere morta appena nata, assieme alla mamma.

Questa assai vasta rete di parentela si estendeva da Hohenbaden a Parigi ed Angers, a Vienna e, verso il nord, a Norimberga. Viaggiando più tardi anche solo per affari familiari, Bernardo ebbe da attraversare mezza Europa. È anche comprensibile come l'imperatore lo abbia poi incaricato di varie missioni, poiché il giovane margravio di Baden aveva delle "relazioni" dappertutto e conosceva quasi tutta l'aristocrazia tedesca. È anche comprensibile che si desiderasse farlo sposare ad una figlia del re di Francia: era questa una consuetudine della politica del tempo, e ne parleremo più avanti.

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Il casato dei margravi di Baden

Il sentimento familiare era molto forte in quelle antiche stirpi. I membri erano orgogliosi di appartenere all'uno od all'altro casato. Da questo attaccamento nasceva l'impegno del singolo componente di tenere vivo lo spirito e la storia del casato. L'emblema della stirpe era lo stemma. Se si apparteneva ad una data famiglia, si professava naturalmente anche la relativa fede politica: si era fedele all'impero ed all'imperatore, o ci si trovava dall'altra parte. Naturalmente ognuno conosceva alla perfezione la storia della propria famiglia fino ai tempi più remoti; si conoscevano bene i propri antenati e si cantavano le lodi delle loro grandi imprese. Anche se molti fatti erano leggendari, il passato era sempre presente per questa gente.

Molte volte, il padre e la madre del nostro Bernardo avranno raccontato la storia dei casati di Baden e di Lorena, seduti insieme lassù alla finestra del loro castello, oppure davanti al camino acceso nelle lunghe ore d'inverno. Così Bernardo apprese le gesta dei suoi antenati, imparò allo stesso tempo la storia dell'impero ed incominciò a conoscere l'alta politica. Egli apprese che Ermanno I, il capostipite, attorno all'anno 1000, d'accordo con sua moglie, aveva rinunciato alla vita coniugale e si era ritirato come semplice frate laico in un convento. Egli sentì anche che Ermanno IV aveva preso parte alla crociata con l'imperatore Federico I di Hohenstaufen ed era morto di peste nel 1190 ad Antiochia nell'Asia Minore. Le figure di questi antenati erano vive nell'anima del giovane Bernardo e risvegliavano in lui il desiderio di compiere grandi gesta. Anche la madre raccontava le vicende del casato di Lorena e più d'una volta aveva narrato la strana e sorprendente storia di Giovanna d'Arco, la giovane contadina che vinse le meravigliose battaglie con lo zio Renato e riportò sul trono di Francia l'allora regnante re Carlo VII. Gli inglesi poi la bruciarono come strega nel 1431. Che strane storie! Quali pensieri e sentimenti avranno risvegliato in Bernardo nell'ascoltarle? Quali impressioni ne ricevette la sua giovane anima? Simili pensieri e ricordi, immagini ed avvenimenti cadono come semi nell'anima, germogliano in un momento qualsiasi e si trasformano in opere buone od azioni cattive.

Tutto ha bisogno di tempo, nemmeno i santi si fanno in un sol giorno; essi provengono dalla terra, crescono nel seno della loro famiglia, e ricevono da essa le loro inclinazioni naturali che sono fertile terreno per la grazia di Dio.

La famiglia, l'ambiente, furono per Bernardo la prima e la migliore scuola. Qui egli imparò tutto ciò che gli era necessario per diventare un cavaliere del suo tempo. Oltre alla storia del suo casato e dell'impero, egli apprese naturalmente anche quella della Chiesa. Sulle ginocchia della madre, durante le lezioni di catechismo del cappellano del castello, e nel rivivere continuamente l'anno ecclesiastico, Bernardo ricevette la sua educazione religiosa. La famiglia del margravio di Baden era molto pia. Il padre teneva presso di sé, col permesso del Papa, un suo proprio confessore, e sappiamo che anche Bernardo era sempre accompagnato dal suo confessore personale: sicuro segno di una vita religiosissima, di un'intima, severa coscienza. Quando il 1450 fu proclamato Anno Santo, la famiglia del margravio di Baden chiese al Papa di poter ottenere l'indulgenza pur rimanendo in patria, benché l'indulgenza fosse legata alla visita delle chiese di Roma. I figli videro pure che il padre, nell'anno 1452, fondò il collegio ecclesiastico della chiesa parrocchiale di Baden; lo videro compiere regolarmente i suoi pellegrinaggi a Bickesheim; tutti segni di un'anima pia e credente.

Nella "famiglia" erano compresi anche i parenti più lontani, gli amici ed i conoscenti. Anche se il viaggiare non era così facile come oggi, si viaggiava molto, per far visite e per sbrigare gli affari. Perciò al castello era un continuo avvicendarsi di ospiti, parenti, conoscenti, amici, istitutori, studiosi, monaci, commercianti, inviati speciali dell'imperatore o del Santo Padre, vescovi ed abati, e naturalmente anche di gente che chiedeva l'elemosina.

C'era sempre qualcosa di nuovo: spesso arrivavano delle personalità importanti poiché i margravi di Baden erano molto conosciuti e la fama della loro ospitalità era molto diffusa. Queste persone portavano le ultime novità al castello, come portassero il più recente "giornale".

Si parlava di tutto quello che succedeva nell'ambiente laico ed in quello ecclesiastico, e si faceva della politica, perché tutti si interessavano vivamente agli avvenimenti dell'epoca. Così la gioventù che cresceva nel castello riusciva a conoscere gli uomini più in vista, veniva a conoscenza delle loro preoccupazioni, dei loro problemi, delle loro opinioni.

Spesso una famiglia può disunirsi per colpa di una eredità: questo sarebbe stato senz'altro possibile anche a Baden, poiché la legge del casato non prevedeva che la divisione del paese in due parti. Ed un giorno arrivò il fratello Giorgio per dichiarare che aveva cambiato idea e che non intendeva più vestire l'abito ecclesiastico; il padre Giacomo decise allora di dividere il margraviato in tre parti, naturalmente a svantaggio dei due figli che avevano diritto alla successione, Carlo e Bernardo, che avrebbero potuto invocare la legge del casato. Ma nella famiglia di Baden non sorse per questo fatto alcun litigio: fu diviso pacificamente il territorio, con saggezza da parte del padre, con indulgenza da parte dei fratelli.

Più tardi Giorgio restituì la sua parte, dopo aver nuovamente cambiato idea. Nel documento di restituzione è detto che "per l'onore dell'Onnipotente, per la gloria e la continuazione del Sacro Romano Impero di cui il margraviato fa parte, per il bene del principato e per fedeltà e profondo amore fraterno..." Giorgio cedette di nuovo la sua parte ai suoi fratelli. Le sue non erano soltanto parole, ma vero sentimento. Tale era lo spirito di famiglia nel casato di Baden

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La sua patria

La patria di Bernardo era la regione attorno a Baden-Baden, la Foresta Nera centrale. Sebbene egli si recasse molto spesso all'estero, qui trascorse la maggior parte della sua gioventù, qui sempre ritornava reduce dai suoi viaggi e dalle sue missioni. Egli vedeva dei paesi bellissimi viaggiando attraverso la Germania, la Francia, l'Italia e la Svizzera, ma quando ritornava a Hohenbaden, e dalla torre del suo castello il suo sguardo abbracciava le cupe foreste, il bassopiano del Reno, i Vosgi, al di là del fiume, egli intimamente sentiva che "casa mia è il più bel posto al mondo". Mentre egli cavalcava lungo le polverose strade dell'afosa pianura lombarda, avrà pensato spesso alla frescura delle silenziose foreste della sua patria. Egli conosceva bene questo suo paese. Già in giovanissima età, i "giovani signori" del medioevo imparavano andare a cavallo. Bernardo soleva accompagnare suo padre durante le sue cavalcate di vari giorni attraverso il margraviato, ai villaggi, in montagna, ai castelli, ai conventi. Egli conobbe la sua patria in tutta la sua bellezza nel mutarsi delle stagioni, e perciò l'amava profondamente. Si dice che il carattere dell'uomo venga plasmato dal paesaggio. Questo è vero in buona parte, anche se non del tutto. Ma certamente Bernardo avrà avuto in dono qualcosa dal silenzio delle vaste foreste, dalla dirittura e dal vigore degli snelli abeti, dall'asprezza della montagna, ma anche dalla soave vista delle ridenti valli.

Nelle sue vene scorreva un po' di "linfa delle foreste", e gli anni della fanciullezza e della giovinezza a Hohenbaden avevano lasciato in lui la loro traccia. Bernardo custodiva gelosamente il suo sentimento religioso; egli era riflessivo e portato alla meditazione come gli abitanti della Selva Nera in genere. Qui forse si trovano le radici della sua severa coscienza che più tardi lo doveva indurre a rendere ogni sera conto della sua giornata al confessore. Dalla Selva Nera egli portò anche con sé l'irremovibile fedeltà all'imperatore ed all 'impero, al Papa ed al la Chiesa. Quando negli anni seguenti, in paesi stranieri, alle corti sontuose, durante le campagne movimentate, egli si trovò in mezzo a molte avversità, egli certamente si ricordò degli abeti delle patrie foreste, e di come il forte vento li scuota, li faccia fremere, li pieghi ma non li rompa. Ed egli rimaneva forte. Bernardo assomigliava piuttosto ad un abete scosso dai venti che non ad un fiore delicato; egli era piuttosto un santo rude e duro che un giovane mite e raffinato.

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Il tempo in cui visse: secolo di luci ed ombre

Il secolo quindicesimo, alla metà del quale Bernardo morì, è difficile da descrivere: vi erano, come in tutti i secoli, luci ed ombre. Era il secolo che portava già nel suo grembo la prossima violenta rivoluzione religiosa, la scissione della fede. È perciò facile immaginare quanto quest'epoca fosse movimentata, intimamente scossa, qualche volta persino selvaggia. La si può scrutare da alcuni posti di osservazione storicamente noti.

Costanza

In questa città sul lago omonimo si trova il grande palazzo del Concilio, noto anche a Bernardo poiché egli vi si recò per qualche tempo nel 1445 e 1446. Qui, dieci anni prima che egli nascesse (dal 1417 al 1418) era stato finalmente eliminato il terribile scisma dei tre papi contemporanei. La Chiesa si era risanata da una gravissima malattia, per la quale un'altra comunità sarebbe senz'altro perita da tempo. Ora la cristianità aveva di nuovo un solo capo, dopo un periodo di vari lustri in cui talvolta due, talvolta tre papi si erano vicendevolmente posti in esilio, disaccordi e litigi, discussioni pro e contro, avevano aperto degli abissi nel paese, persino nelle singole famiglie. A noi oggi questo sembra quasi incredibile. Si trattava proprio di una temporanea vittoria di Satana sul corpo di Cristo, come al Venerdì Santo. A Costanza invece rinacque la Pasqua, e la Cristianità giubilò per questa vittoria. Ma la Santa Sede uscì indebolita da questa lotta. Noi che oggi viviamo in un'epoca in cui tutto il mondo guarda a Roma con stima e riverenza, non possiamo affatto farci un'idea della situazione desolata di quei tempi. Molte persone non mettevano alcun freno alla loro critica ed al loro scherno contro la Chiesa e la fede, mentre altri incitavano alla penitenza, e altri ancora si appartavano nella pace di una intima vita religiosa.

Il Concilio di Costanza rivelò ancora un'altra piaga: Giovanni Huss. Egli rappresentava la fiamma di una rivoluzione religiosa alimentata da selvaggi sentimenti nazionalistici. Non si trattava soltanto di lotta per la fede, ma dietro questa vi erano dei problemi politici e sociali. Tutto fermentava, tutto minacciava di rovesciarsi. Più tardi un incendio tremendo avvolse l'Occidente; la scossa che lo percorse non si è ancora calmata neppure oggi. Era il principio della fine di una cristianità occidentale unita, il presentimento del processo di decomposizione del grande Sacro Romano Impero. Bernardo avvertì queste prime scosse, l'inizio di questa evoluzione alla cui fine ci troviamo oggi, dopo cinquecento anni. Allora tutti gridavano: "Separiamoci!" - oggi dopo amarissime esperienze tutti gridano: "Uniamoci!".

In Huss si rivela pure il principio della divisione religioso-spirituale. L'epoca del legame dogmatico è finita; si risveglia l'istinto primordiale dello spirito umano che chiede la libertà illimitata. L'uomo getta lontano il bastone dal quale fu finora guidato e sorretto, e prosegue da solo sulla strada della incertezza. La parola d'ordine era "rinascimento", cioè rinascere, rinnovarsi, sbocciare alla primavera. L'uomo sognava il progresso senza fine; gli spiriti giovani e forti credevano che tutto fosse loro possibile. Quel tempo era spiritualmente vivissimo, movimentatissimo: vi erano come oggi un'infinità di problemi da risolvere, si discuteva appassionatamente di tutto. Certamente Bernardo venne in contatto con un gran numero di persone geniali del suo tempo, spesso persino con spiriti illuministici, i cosiddetti "umanisti" per i quali più niente era sacro o da rispettare: essi col loro acume ed il loro mordente scherno attaccavano tutto, distruggevano, decomponevano tutto. È lecito supporre che questi contrasti abbiano causato in Bernardo molti intimi dubbi e che egli ne sia stato sconvolto.

Basilea

Da Costanza il Concilio si era trasferito più tardi a Basilea. Qui c'era da risolvere un problema assai bruciante che eccitava molto gli spiriti di quel tempo. Quale era l'ultima, la suprema autorità della Chiesa? Il Papa o un'assemblea generale ecclesiastica, il Concilio? Per noi oggi la risposta è chiarissima, ma allora si disputava su questo punto con un accanimento di cui non possiamo farci un'idea. Considerando la situazione che era esistita prima del Concilio di Costanza, la personalità di alcuni papi, le influenze nocive di certi gruppi di importanza nazionale, appare ben comprensibile il desiderio di mettere un concilio al di sopra del Papa. L'esperienza pratica favoriva l'idea del Concilio, mentre quella della supremazia del Papa era più conforme alla struttura della Chiesa. La Chiesa di Dio e di Gesù Cristo non può mai essere "democratica" nel suo interno. I papi di quell'epoca rifiutarono sempre l'idea del Concilio e così salvarono la Chiesa.

Essi si opposero a tutte le correnti del loro tempo, superando le difficoltà di indole personale. Immaginiamoci per un solo momento il contrario: dove sarebbe oggi la Chiesa se avesse preso il timone un "Parlamento Religioso"?

Non sappiamo da quale parte fosse Bernardo; la sua opinione può essere mutata col passare degli anni.

In questi anni di lotta emersero due personalità di elevato livello spirituale: il cardinale tedesco Nicolò Cusano, uomo di eletto spirito, intelligente e di grande valore, e l'italiano Enea Silvio Piccolomini, umanista e scrittore, che più tardi divenne Papa con il nome di Pio II. Bernardo li conobbe entrambi e certamente discusse con loro sui problemi del tempo. Una cosa ebbero in comune questi due uomini: la preoccupazione per l'Impero e per la Chiesa. Ognuno a suo modo, mirarono ambedue al bene. Nessuno dei due ebbe mai alcun dubbio sulla santità della Chiesa, nonostante la loro forte e concreta umanità, ed essi furono saldamente ancorati alla Chiesa.

Sachseln

Qui siamo nella patria di Nicolò della Flue che, ai tempi di Bernardo, non era ancora il famoso "santo vivente". Quando Bernardo attraversò più tardi, in viaggio per Milano, il lago di Lucerna, passando dunque molto vicino a Sachseln, Nicolò faceva ancora il contadino nel suo podere di Flueli. Nessuno dei due sapeva dell'altro, né conosceva allora la propria vocazione.

Nicolò della Flue ci rivela un lato completamente diverso di quell'epoca. Benché molti aspetti della Chiesa fossero confusi, benché essa fosse contaminata da esteriorità e mondanità, esisteva tuttavia un'altra chiesa, quella dei Santi, composta di molte anime pie, di gente che pregava con fervore, che faceva penitenza, che ammoniva severamente; essi erano i veri riformatori che incominciavano da se stessi. La Chiesa era ammalata, ma non al punto da trovarsi matura per il proprio tramonto. Anche se il suo corpo fosse stato intriso di mondanità, vi era tuttavia la sua anima; il cuore del Signore batte sempre in essa, lievemente ma continuamente. Uno di quegli uomini preziosi che operano in silenzio, uno dell'"altra chiesa" era appunto Nicolò della Flue.

Egli apparteneva al movimento religioso degli "Amici di Dio", noto in prevalenza nella regione dell'alto Reno (Strasburgo), prossima alla patria di Bernardo. Vi era ancora un altro movimento religioso che prevalse nei Paesi Bassi e che si chiamava "I Fratelli della vita in comune". Ad essi appartenne Tommaso da Kempis che scrisse attorno al 1400 la sua "Imitazione di Cristo".

Tutto ciò era noto a Bernardo, egli sapeva di queste correnti e non si trovava soltanto al loro margine, ma nel bel mezzo, e ne fu certamente influenzato. La sua devozione, le sue preghiere, la sua vita intima, personale, erano sotto l'influenza di questa "devotio moderna". Queste correnti erano gli effetti della mistica del tardo medioevo, coadiuvata dai grandi mistici dell'epoca: Mastro Ekkehard (1300), Tauber da Strasburgo (1350) ed Enrico Suso da Costanza (1350).

Accanto a questi vi erano ancora molti altri Santi, personalità eccelse che operavano anzitutto in qualità di predicatori di penitenza, per non dire di profeti: Bernardino da Siena (+1419), Giovanni da Capistrano (+1456). Inoltre vi erano anche delle sante donne: Rita da Cascia, Francesca Romana, e sull'altipiano svevo era morta appena nel 1420 la "buona Betta" (Elisabetta Achler).

Non si trattava dunque affatto di un'epoca scialba, incolore. Lo spirito di Dio opera sempre nella Chiesa, ove Egli vuole. Anche Bernardo era uno di quelli che furono chiamati dallo Spirito Santo per essere messi al servizio del Regno di Dio.

Breisach e Colmar

Queste due città, al di qua ed al di là del Reno, ci concedono uno sguardo sull'arte di quella epoca. L'arte ha molta importanza, poiché le opere artistiche di un periodo sono l'espressione della sua vita e della sua intima sostanza. Le epoche sterili non producono nulla, quelle vive invece fanno nascere i fiori e maturare i frutti. l tempo in cui visse Bernardo. era più che vivo. I grandi artisti sbocciarono in maniera sorprendente, sia a nord che a sud della Germania. Pochi anni dopo la morte di Bernardo, Martin Schongauer dipinse il suo imponente "Giudizio Universale"; un maestro dell'alto Reno, rimasto ignoto, creò il meraviglioso altar maggiore di Breisach; a Colmar visse il più grande genio pittorico tedesco, Matthias Grünewald (altare di Isenheim, Madonna di Stuppach). Tutti questi artisti, anche se vissero un po' più tardi, rappresentano un'espressione del loro tempo. Questo secolo del tramonto era ricchissimo, e la Chiesa disponeva di una grande riserva di forza persino nel tempo della decadenza. Osservando le opere di questi artisti, ci colpisce la loro grande, profonda devozione! E ricordiamoci anche che uno Stefano Lochner in Germania ed un Fra' Angelico in Italia dipinsero allora i loro quadri di Madonne, unici al mondo! No, un'epoca che produce tali opere, non poteva essere del tutto guasta! Vi era ancora molto di sano, di efficace, di forte. Queste opere non passarono inosservate davanti agli occhi di Bernardo; egli le ammirò, lieto di tanto splendore, e l'anima sua ricevette molta luce dal luminoso mondo dell'arte.

Friburgo

Mentre Bernardo andava a cavallo da Hohenbaden a Basilea o Breisach, l'itinerario lo avrà condotto più d'una volta a Friburgo, il cui Duomo allora era già compiuto con la sua snella torre. Pochi giorni prima erano state finite le grandi porte rappresentanti episodi della Bibbia. Per Bernardo questo Duomo non era soltanto un gioiello d'arte: osservandolo, si sentiva pervadere da una certa tristezza, poiché l'epoca della quale questo edificio era l'espressione, si avvicinava alla sua fine. Era l'epoca dell'arte gotica, dalle linee audaci, anelanti al cielo, meravigliosamente chiusa in sé. In essa si rivelava una grandiosa unità, il "Sacro Romano Impero" con la sua forza unificatrice, con il suo splendore esteriore e la sua ricchezza interiore: il Regno di Dio sulla terra. La " Civitas Dei " di S. Agostino trovava qui la sua espressione. Ma ciò era finito. La grandiosa idea del Regno di Dio in terra, di un sacro ed unito regno di tutti gli uomini, di una sola guida, è troppo bella per avverarsi mai.

Troppo grande per noi piccoli uomini! Allora tutto si sgretolava, tutto si disfaceva. Bernardo pensava a ciò con tristezza, ma nell'anima sua viveva ancora una parte dello spirito elevato dei costruttori di chiese gotiche, dello slancio verso l'alto, delle audaci linee verso Dio e della nostalgia per una forte unità.

Davanti alla Madonna nel Duomo, il giovane margravio si inginocchiava e pregava: "O Maria, Regina del Regno, dacci di nuovo la nostra unità,

fa che il Regno di Tuo Figlio non si sfaldi. Unisci i principi ed i regnanti, unisci i popoli e le nazioni, unisci Imperatore e Papa, e non permettere che la Tua cristianità diventi il bottino del nemico. Salve Regina...".

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Inviato speciale dell'lmperatore

Siccome ai tempi d'oggi si viaggia con tanta facilità e celerità, siamo indotti a pensare che la gente di quell'epoca remota non si sia spinta al di là dei cancelli dei loro giardini. Non è affatto così. Nel Medioevo la gente viaggiava moltissimo, sebbene non avesse a disposizione i mezzi della tecnica moderna. Si attraversava l'Europa a piedi, a cavallo, in carrozza, sui battelli.

C'è da meravigliarsi davvero della voglia che avevano di muoversi, ed ancora di più della abilità nel viaggiare. È sorprendente notare quanto siano stati lunghi e frequenti i viaggi del nostro margravio Bernardo. Egli non si spostava soltanto entro i confini del suo margraviato, ma si recava a Norimberga, Regensburg, Vienna, Heidelberg, Francoforte, Costanza e Basilea. Alla campagna di Milano egli si recò passando per Lucerna, il S. Gottardo, Alessandria. Fu a Parigi, Orléans, Angers, ed il suo ultimo viaggio lo condusse, in un solo anno, da Vienna a Hohenbaden, poi a Orléans; nel ritorno, passando probabilmente per Grenoble ed il Moncenisio, si recò nell'Italia Settentrionale, poi si diresse verso sud a Genova per risalire fino a Moncalieri. Spesso stava in viaggio tutto l'anno, con un intervallo più lungo durante l'inverno, quando i viaggi a cavallo ed in carrozza non erano possibili.

Si viaggiava più lentamente e perciò con maggiore possibilità di conoscere i paesi e la gente: si parlava con gli abitanti dei castelli e dei feudi, negli ostelli e nelle anticamere dei conventi. Si aveva il tempo necessario per meditare o per chiacchierare, e - se persone pie - anche per pregare. In questo modo viaggiava anche Bernardo. Essendo egli figlio di principi, i suoi viaggi avevano un carattere tutto particolare, poiché egli aveva occasione di partecipare a grandi manifestazioni politiche come diete imperiali e riunioni di principi, ove si incontravano tutti i grandi uomini dell'Impero, tutta gente di gran nome e di rango, dove si faceva sia la spicciola che l'alta politica. Bernardo si recava spesso alla corte reale di Francia ed alla corte famosa di suo zio Renato d'Angiò, dove si davano appuntamento gli studiosi e gli artisti dell'epoca.

Bernardo frequentava pure la corte imperiale di Vienna e quella del potente duca di Borgogna; egli conosceva il litigioso conte Federico del Palatinato, ed in Italia aveva conosciuto l'uomo più interessante di quel tempo, l'avventuriero che aveva fatto fortuna: Francesco Sforza di Milano. Grazie anche alla sua vasta parentela, Bernardo frequentava gli uomini più influenti del mondo e della Chiesa, e spesso ebbe l'occasione di conversare con le personalità più importanti del suo tempo, con vescovi e cardinali, con abati, studiosi, professori, poeti ed artisti.

Egli conobbe pure dei diplomatici, degli uomini politici assai scaltri e dei grandi giuristi, inoltre dei valorosi soldati e dei famosi generali. Così Bernardo divenne un "uomo di mondo", ma nel migliore senso della parola. Egli imparò come muoversi alle corti dei re e dei principi, nei castelli degli aristocratici e nella società più alta.

In questa dura scuola in terra straniera egli imparò i modi gentili, le attitudini cavalleresche, la finezza, l'arguzia ed il tatto dei diplomatici, e tutto contribuì a renderlo idoneo al suo compito di "incaricato speciale" dell'imperatore. Naturalmente non era cosa facile, e ci voleva fatica per riuscire, ma gli anni della formazione sono duri in tutti i tempi, e così fu anche per Bernardo.

Ma egli imparò tutto con impegno, provava molto gusto alla vita del gran mondo, in terra straniera, e aveva tutti i requisiti per vivere in quel mondo.

Aveva, come si dice oggi, una personalità completa, ed in più era di cuore nobile, di intelletto pronto, aveva un profondo sentimento di giustizia, era puro e pio. Bernardo non era una bellezza vuota, poiché la nobiltà del suo comportamento era la vera espressione del suo intimo sentimento. Questo giovane margravio di Baden era un tipo a sé, perché era molto raro trovare alle corti dei regnanti, negli atteggiamenti dei guerrieri del suo tempo, qualcuno come lui. Nessuna meraviglia dunque che un tale uomo fosse dappertutto molto stimato. Quanti anziani che avevano un giusto senso per tutto ciò che era di genuino, gli avranno predetto un avvenire radioso! Ovunque egli suscitava simpatia, e persino l'Imperatore, di indole tanto sospettosa, affidò a questo suo giovane parente delle missioni molto importanti.

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La battaglia a fianco dei milanesi

Era inevitabile che Bernardo vestisse anche la corazza, prendesse in mano scudo e spada, e partecipasse alle varie sfide ed ai molti fatti d'arme del suo tempo tanto tormentato dalle guerre. Non si trattava di grandi campagne: alla lotta contro i turchi, chissà con quanto rammarico, Bernardo non poté partecipare. Egli prese invece parte, suo malgrado, alle solite sfide.

Quelle guerre non erano però crudeli come quelle odierne, non vi erano migliaia di morti per volta, non era ancora stata inventata l'artiglieria con le munizioni. Si trattava piuttosto di eccellere in valore personale, coraggio, prontezza di decisione, agilità e forza fisica. Un uomo come Bernardo comandava in queste occasioni un "drappello", doveva aver cura dei suoi uomini in qualità di "ufficiale" precederli nell'attacco, cercare di evitare le perdite di vite umane mediante la sua intelligenza, e trascinare gli altri con il suo valore e coraggio personale.

Siamo a conoscenza di alcune campagne di Bernardo. Quando aveva diciannove anni, egli partecipò nel 1447 in Alsazia alla sfida di Luetzelstein per liberare quelle contrade dalla piaga di alcuni famigerati predoni Due anni dopo scoppiò la cosiddetta "guerra tra le città", e Bernardo con suo cognato Albrecht di Brandeburgo lanciò la sfida contro la città di Norimberga. In seguito egli partecipò alle battaglie di Noerdlingen, Heilbronn e Wimpfen. Questa guerra durò a lungo, fino a quando, probabilmente con la cooperazione di Bernardo, si raggiunse un accordo.

I margravi di Baden vivevano in continua tensione col loro litigioso vicino, il conte Federico del Palatinato che non si lasciava sfuggire alcuna occasione per sconfinare, e col quale anche il più pacifico vicino non poteva evitare la guerra.

Bernardo ebbe la sua più importante "campagna" nel 1453. Nella primavera di quell'anno egli si trovava ancora ad Angers presso suo zio Renato che lo indusse probabilmente a partecipare con un reparto di archibugieri tedeschi alla lotta nell'Italia Settentrionale. Renato voleva mettersi con le sue truppe a disposizione del duca Francesco Sforza di Milano che era in guerra con Venezia, con la quale anche Renato aveva dei conti da regolare. Bernardo montò dunque in sella e si mise in viaggio per Hohenbaden, raccolse la sua truppa, la mandò avanti, e poi in giugno egli si recò in Lombardia via Basilea, Lucerna, San Gottardo, passando per la valle del Ticino. Le vecchie cronache di Basilea e di Lucerna ce lo riferiscono.

Il 30 giugno Bernardo arrivò col suo reparto a Milano e fu destinato provvisoriamente ad Alessandria ove si trovavano già dei concentramenti di truppa. Di qui si mandarono delle pattuglie in ricognizione che andarono a fare bottino nel territorio nemico. Il duca Sforza manifestò più tardi a Bernardo ed ai suoi uomini uno speciale riconoscimento e ringraziamento per il valoroso comportamento suo e dei suoi cavalieri, e lo pregò di prolungare la sua permanenza in Italia.

Nel frattempo era giunto pure lo zio Renato con tremila uomini ed il conte Giovanni con centocinquanta archibugieri. Il 19 ottobre le truppe riunite presero d'assalto la fortezza di Pontevico presso Brescia. Il conte Eberstein fu ferito in quello scontro. Il conflitto durò ancora l'anno dopo, ma Bernardo non vi partecipò più e ritornò a casa.

In quei tempi, simili conflitti erano all'ordine del giorno, e prenderne parte era cosa naturale per un cavaliere del rango di Bernardo. Egli non fu tuttavia un condottiero che partecipasse con slancio ai fatti d'arme, perché non trovava piacere nella guerra e nella vita avventurosa; nemmeno cercava di trarne profitto come altri del suo tempo. Egli vi prese parte per semplice senso del dovere, e forse anche per impratichirsi, poiché aveva sempre presente il pericolo dell'invasione turca e contava di dovervi partecipare, e naturalmente avrebbe desiderato di farsi onore in una tale lotta decisiva.

Quali poterono essere i pensieri di Bernardo durante queste lunghe cavalcate con i suoi soldati sulle interminabili strade della pianura lombarda o durante le soste serali davanti ai fuochi del campo? Un uomo come lui non prendeva queste cose alla leggera. Certamente gli saranno venuti in mente quei pensieri che vengono spontanei in simili occasioni: perché queste lotte continue? è sempre la spada che deve portare la pace? non sono le passioni degli uomini la colpa di tutto? quanto più bello sarebbe il mondo se questi eterni litigi non ci fossero più! perché gli uomini devono sempre combattere gli uni contro gli altri? il vero nemico non abita dentro di noi, la principale lotta da sostenere non è quella contro il male che è nel nostro cuore?

Altre volte avrà anche pensato: noi cristiani litighiamo e ci sbraniamo a casa nostra, e laggiù, vicino al Danubio, i turchi concentrano i loro eserciti per invadere la nostra terra. Perché non riusciamo a svegliarci, ad unirci ed a porre fine con un unico grande sforzo a questo problema dei turchi ?

Nel passato, pensava Bernardo, i signori di tutti i paesi si erano riuniti per le grandi crociate e recati in Terra Santa; quelli si erano stati degli uomini valenti. Ma noi? Chi pensa oggi ancora ad una crociata? No, i tempi delle grandi mète e delle grandi crociate sono passati. Tutti sono diventati negozianti, ed i cuori e le menti sono dominati solo da interessi personali.

Ma chissà, forse Iddio ci manda questo nuovo pericolo per svegliarci. Quanto sarebbe bello se i governanti lasciassero perdere le loro piccole divergenze, prendessero di nuovo nelle loro mani la croce e marciassero tutti uniti contro i turchi. Questa sarebbe una cosa degna della spada.

Durante quelle ore, in questi pensieri, la grande decisione maturò nell'anima di Bernardo.

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Le tentazioni mondane

Le contrade straniere erano qualche volta piene di pericoli come il deserto. La vita alle corti, nei castelli, durante le campagne di guerra, attorno ai fuochi negli accampamenti, durante le feste, non era priva di insidie. Il tempo in cui Bernardo visse era, dal punto di vista morale, molto primitivo. Era un periodo di dissoluzione non solo dei legami e dell'ordine finora esistenti, ma anche dei costumi e della disciplina. Vi erano naturalmente anche quelli che rimanevano retti e pii e, ignorati dai loro contemporanei, vivevano pure dei santi, ma in primo piano ed alla superficie regnava il vizio ed i costumi leggeri invitavano al peccato. Esistevano i circoli intellettuali degli umanisti per i quali nulla era sacro: né la fede, né la morale. "Chi non ama vino, donne, canto, rimane uno stolto per tutta la vita", questa era la massima seguita in tutti gli strati della società di allora. Alle corti - prima fra tutte quella di Parigi - gli scandali, la corruzione, la crudeltà e la depravazione erano all'ordine del giorno; la menzogna e la maldicenza, la lussuria e l'avidità, insomma tutti i peccati capitali, dominavano su tutti.

Bernardo passava attraverso questo "deserto" senza averne alcun danno. Tutto quello che egli vedeva e sentiva alla corte di Parigi, a quella imperiale di Vienna, forse anche nel castello di Angers ed in molti altri castelli, durante le campagne di guerra, da parte di selvaggi lanzichenecchi, certamente non era nemmeno per lui facile da evitare. Molti giovani del suo rango perivano nel vortice di queste tentazioni ed occasioni.

Essi bevevano alle fonti del vizio e perdevano la loro anima. Bernardo attraversò questo deserto e rimase puro. In mezzo a questa multiforme vita con le sue tentazioni inebrianti e pericolose, il nostro margravio visse letteralmente "come un angelo", un angelo maschio! Egli non era affatto ritroso od affettato, non era nemmeno un originale che nessuno prendesse sul serio, e nemmeno un sornione pauroso o un guastafeste; era ricevuto a tutte le corti, era stimato, era un giovane sano e normale, ma era incorruttibile.

Egli non divenne un uomo pio dopo essersi dissetato a tutte le fonti ed averne sentito il ribrezzo: rimase sempre intoccato e puro, libero e franco. Forse molti nel loro intimo sorridevano di lui, ma lo stimavano moltissimo, e tanti si saranno chiesti "Com'è che ci riesce, questo margravio di Baden?".

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Dal fidanzamento alla nomina a margravio

Le più antiche cronache sulla vita di Bernardo ~, parlano di un suo fidanzamento con Maddalena, una delle figlie del re Carlo VII di Francia. Questo è senz'altro possibile, poiché per via di madre, Bernardo era imparentato con la corte di Parigi. Fidanzamenti simili con i susseguenti matrimoni avevano naturalmente uno sfondo politico, servivano a creare i legami tra i vari casati. Tali fidanzamenti erano conclusi in tenera età, i fanciulli non erano nemmeno interrogati, i genitori combinavano tutto fra di loro.

Non sappiamo nulla di preciso circa questo fidanzamento; ma, comunque sia, è naturale che Bernardo dovette prendere in esame la possibilità di sposarsi: un futuro sovrano non poteva rimanere celibe, egli doveva pensare alla discendenza, affinché il casato non si estinguesse. Era perciò ovvio che un giorno egli si cercasse una consorte del suo rango. Certamente suo padre gliene aveva parlato, tanto più che il fratello Carlo e la sorella Margherita si erano pur loro fidanzati e sposati assai giovani. Bernardo non pensava a diventare un ecclesiastico; in tal caso egli avrebbe potuto rinunciare al trono in favore di un suo fratello, e gli si sarebbe aperta la strada per altissimi incarichi nella Chiesa. Ma egli non pensava né di entrare in un convento, né di fare una vita di penitenza e di solitudine. Se avesse avuto tale intenzione, non avrebbe affidato il governo della sua terra solo per dieci anni al fratello Carlo. No, Bernardo voleva rimanere sovrano nel suo paese e perciò è probabile che egli abbia pensato al matrimonio. Le occasioni non gli saranno mancate di certo. Il casato di Baden aveva un buon nome. Suo fratello Carlo aveva sposato la figlia dell'imperatore di Germania; sua sorella Margherita era stata chiesta in sposa dal famoso Albrecht di Brandeburgo; Bernardo poteva senz'altro pensare ad un suo matrimonio con la figlia del re di Francia! Così, la Francia sarebbe stata legata più strettamente alla corte imperiale mediante il vincolo col casato di Baden.

Ma né questo matrimonio con Maddalena, né alcun altro si fecero mai: perché? Eccoci davanti ad un enigma nella vita di Bernardo: solo Dio ne sa il motivo Noi ci fermiamo riverenti davanti alla decisione di una grande anima, pur immaginando tutto quello che una tale rinuncia può avere significato: lotte interne, preghiera implorante, silenzioso sforzo, grave sacrificio.

Se Bernardo, margravio di Baden, giovane sano e forte, dotato di grande talento, avesse amato una fanciulla, l'avrebbe amata con tutto il suo cuore, con tutta l'intensità del suo sentimento sincero e profondo, con anima e corpo. Se ciò non avvenne, deve esserci stato un avvenimento sconvolgente che lo ha dominato e lo ha indotto alla rinuncia; non si può prendere in considerazione nessun altro motivo di minore portata. Bernardo non era uno scapolo che non si sposava per comodità sua; soltanto un grande, sublime ideale poteva aver indotto questo giovane cavaliere a prendere una tale decisione. Penetrando ancora più a fondo nell'anima sua, incontriamo la chiamata di Dio, dove incomincia la strada che conduce alla santità.

Nell'aprile del 1453 suo padre Giacomo fondò ufficialmente il capitolo della chiesa collegiata di Baden-Baden, dotando il capitolo delle necessarie rendite coi suoi beni. Dopo aver ricevuto il permesso da Roma e dai vescovi di Strasburgo e di Spira, la fondazione poté aver luogo, e si fece in presenza di tutti i figli il 10 aprile 1453. Il giorno seguente il margravio Giacomo lesse ai figli il suo testamento nel quale si stabiliva la divisione del margraviato in tre parti, tra Carlo, Bernardo e Giorgio. Il capitolo appena fondato fu particolarmente raccomandato agli eredi come lascito del padre. Dopo la sua morte, ogni figlio, assumendo il governo, doveva viaggiare attraverso le proprie terre in compagnia di due consiglieri ed indagare se qualcuno avesse subìto qualche torto durante il governo del padre: nel qual caso doveva subito provvedere per la riparazione. Finita questa riunione, i fratelli minori si recarono poi per i loro studi ad Erfurt, mentre Bernardo andò a cavallo ad Angers ed in seguito nell'Italia settentrionale per partecipare alla campagna in corso.

Sembra che il padre Giacomo avesse avuto presentimento della sua prossima fine: ai primi di ottobre dello stesso anno egli si trovò a Spira, ma durante il viaggio di ritorno si sentì male; raggiunse tuttavia Muehlberg presso Karlsruhe, ove morì il 12 ottobre 1454 e fu sepolto nella chiesa collegiata di Baden-Baden, nella tomba di famiglia. Subito il testamento entrò in vigore. Alla notizia della morte di suo padre, Bernardo corse a casa dall'Italia settentrionale. Egli era ora margravio di Baden ed assunse il governo. Accompagnato da due consiglieri e dal segretario Giovanni Schweiger von Buehl, egli viaggiò a cavallo attraverso il suo paese e ne ebbe cura. Non tutto era soddisfacente, né dal punto di vista ecclesiastico, né da quello civile. C'era molta miseria e bisogno di riforme, benché il padre avesse sempre fatto in pieno il suo dovere. Naturalmente Bernardo non poteva cambiare tutto nel volgere di un anno: prima doveva fare una specie di inventario, per poter in seguito preparare il piano di riforma; in quanto ai compiti, ne aveva in abbondanza.

In questo modo passarono l'autunno e l'inverno del 1453-54.Nel seguente mese di maggio troviamo Bernardo alla posa della prima pietra per la nuova costruzione del castello degli Zollern. In luglio egli prende parte a Friburgo ad un grande torneo, poi si reca ad Esslingen per questioni di protettorato per questa città. Assieme al sindaco Eberhard Holtermann ed allo scrivano Nicolaus von Wil, Bernardo va poi nello stesso anno a Wiener Neustadt presso l'imperatore per farsi garantire da lui questa alleanza. Il 10 agosto dello stesso anno troviamo tutti i fratelli riuniti a Hohenbaden, ove Giorgio rinuncia alla sua parte d'eredità in seguito alla decisione di intraprendere la carriera ecclesiastica, e due giorni dopo, con grande sorpresa dei fratelli, Bernardo li convoca di nuovo per comunicare loro che egli intende cedere la sua parte a Carlo per dieci anni contro pagamento di una somma annua di duemila ducati. Perché questo passo? A questo punto si impone una digressione storica che ci permetta di inquadrare e di spiegarci la successiva condotta di Bernardo, altrimenti non completamente chiara.

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La minaccia dell'invasione turca e la vittoria di Belgrado

I nemici esterni dell'Europa erano da oltre cento anni i turchi. Questo popolo di rudi guerrieri aveva già conquistato tutta l'Asia Minore, era penetrato in Europa attraverso il Bosforo, occupando in gran parte i Balcani. Essendo maomettani, essi odiavano il cristianesimo e volevano distruggerlo con fuoco e spada: il sogno del sultano era che i suoi cavalli mangiassero l'avena nella cattedrale di S. Pietro a Roma. Decine di migliaia di cristiani erano già caduti prigionieri e fatti schiavi. Ora i turchi si trovavano ai confini dell'Ungheria che fino ad allora aveva loro eroicamente resistito. Nel suo grande discorso contro i turchi durante l'incoronazione dell'Imperatore a Roma, così esclamò E. S. Piccolomini: "Quali atroci sofferenze hanno subìto gli ungheresi in questi giorni! Per salvare la nostra vita, versarono il loro sangue! I loro corpi sono le nostre mura di difesa!".

Però Costantinopoli, la capitale dell'impero d'Oriente in sfacelo, ancora era in piedi: vi regnava l'ultimo imperatore greco Costantino. Sulla guglia della cattedrale di Hagia Sophia ancora splendeva la croce di Cristo. Così questa città era un simbolo per la libertà, per il cristianesimo. Se Costantinopoli fosse caduta, sarebbe stato un segno dell'impotenza del cristianesimo e della potenza dell'Islam: la difesa o la conquista di questa città era una questione di prestigio. Perciò il sultano fece di tutto per conquistarla; dopo lunghe preparazioni iniziò l'assedio. La lotta fu accanita da ambo le parti, ma dall'Occidente non giunse alcun aiuto. La superiorità turca era troppo grande; l'imperatore cadde durante la cruenta battaglia, la città fu conquistata e Maometto II entrò vincitore nella Hagia Sophia. La croce fu tolta e la verde bandiera del profeta con la mezzaluna fu issata sulle guglie della più bella cattedrale della cristianità. Questo accadde il 29 maggio 1453.

"Costantinopoli è caduta!". Questa terribile notizia corse attraverso il mondo cristiano. Era una cosa incredibile ed una svolta nella storia mondiale, un avvenimento storico di imprevedibili conseguenze. "La sua caduta provocò un cambiamento violento e decisivo di tutto lo sviluppo futuro della situazione politica in Europa, le cui conseguenze si risentono tuttora" (L. Pastor). L'Europa si spaventò, ma nulla più. Come una minacciosa nube di temporale, la potenza islamica si concentrò ora nel sud-est. Si vide avvicinarsi la catastrofe e si tremò, ma nulla più: nessuno fece qualcosa di decisivo. La gente si lamentava, discuteva, ma nessuno agì. Soltanto un uomo riconobbe la gravità dell'ora ed incominciò ad agire, ma quasi invano: il Papa Nicolò V. Egli vide davanti a sé il popolo cristiano: una famiglia disunita, divisa, discorde.

Che cosa era diventato il Sacro Romano Impero, una volta così grande e forte? Tutto era in disgregazione: si erano separati Imperatore e Papa che dovevano insieme formare le colonne su cui poggiava l'impero; non vi era concordia tra l'imperatore e l'impero, l'Imperatore non era più ascoltato, l'impero non aveva più senso; in discordia erano le varie classi della popolazione, l'aristocrazia, il clero, la borghesia, i contadini; i singoli prìncipi e signori non andavano d'accordo, le varie nazioni ed i popoli nemmeno, ed anche gli spiriti e le fedi si dividevano. Si poteva parlare di una guerra ora aperta, ora nascosta, di tutti contro tutti. C'era davvero da disperarsi, e dobbiamo ammirare il Papa che non ostante tutto credette di poter impedire la catastrofe. Dal punto di vista umano sembrava proprio impossibile. Il Papa mandò subito dei messaggeri attraverso l'Italia e gli altri paesi per invitare i partiti litiganti a fare la pace. Con i suoi propri mezzi fece armare una flotta che doveva sorvegliare il Mediterraneo, ma era troppo tardi; già le navi turche incrociavano davanti ai porti italiani.

Il 30 settembre il Papa fece un proclama a tutta la cristianità, invitando i principi alla difesa della fede, ed il popolo intero a dare un decimo per finanziare una grandiosa campagna. Egli mandò dei valenti predicatori che visitarono tutte le contrade, di cui uno dei più noti era Giovanni da Capistrano. Ci pare incredibile oggi, ma è storicamente provato ciò che questo "condottiero di Dio" compì. Egli passava infaticabilmente attraverso tutte le regioni, predicando a migliaia e decine di migliaia di persone. La maggior parte non lo comprendeva poiché egli parlava in latino o in italiano, ma l'entusiasmo era grandissimo lo stesso, perché la folla sentiva l'ardore della sua fede e la forza della sua fiducia. Anche Bernardo ascoltò questo trascinatore e ne fu preso, non solo vinto dall'entusiasmo, ma convinto della necessità politica e militare della campagna.

Ciò nonostante i risultati furono pressoché irrilevanti. La voce del predicatore risuonava nel deserto. Il tempo delle crociate era trascorso, mancava la scintilla della fede, l'unica che avrebbe potuto accendere il fuoco dell'entusiasmo. L'interesse religioso passava in seconda linea davanti a quello politico. L'Europa era troppo discorde per poter raccogliere ed organizzare un'efficace difesa contro il pericolo turco. Uno degli uomini più in vista di quel periodo, il segretario dell'imperatore e più tardi Papa Pio II, E. S. Piccolomini, lasciò scritto in merito a questa deplorevole situazione: "Non si dà né al papa quel che è del papa, né all'imperatore quello che è dell'Imperatore: non c'è rispetto, non c'è ubbidienza. Ogni Stato ha i suoi prìncipi, ogni principe i suoi particolari interessi. Chi riuscirebbe ad unire sotto un'unica bandiera tante potenze ostili fra loro? E se fosse così, chi oserebbe prendere il comando? Quale strategia militare sarebbe da seguire, in che modo si garantirebbe l'ubbidienza? Chi comprenderebbe le numerose lingue? Chi farebbe andar d'accordo gli inglesi con i francesi, gli italiani con gli spagnoli, i tedeschi con i boemi? Basta vedere ciò che succede nella cristianità ".

Lo stesso Piccolomini scrisse a Giovanni da Capistrano che occorreva combattere nelle prediche contro tre bestie che minacciavano la cristianità: la vita comoda, I 'ambizione, I 'avidità. " Nessuno vuole più fare un sacrificio. Piuttosto lasciano perire l'impero, pur di non uscire di casa quando fa cattivo tempo... Se potessero impedire il tramonto dell'umanità con la sola rinuncia ad un divertimento, non lo farebbero. Ora si tratta di perire o di ravvedersi...".

Così va il mondo: voglio dire: così andava a quei tempi — commenterebbe il Manzoni.

Dopo la caduta di Costantinopoli, tutto il fianco orientale dell'impero rimase indifeso. I turchi potevano conquistare l'Europa intera con un attacco a tenaglia attraverso i Balcani in direzione di Vienna e al sud dal mare in direzione dell'Italia. La potenza militare del sultano avrebbe certamente reso possibile la cosa: egli disponeva del più potente esercito del mondo e di molto denaro. La situazione era disperatamente critica. C'era la possibilità di essere sopraffatti dalle orde asiatiche col sicuro tramonto della civiltà europea. Di nuovo il papa fece il tentativo di mettere d'accordo gli stati italiani al congresso della pace a Roma: a mala pena però gli riuscì di formare una Lega italiana; ma contro i turchi non si fece niente. L'imperatore convocò una dieta a Regensburg, invitandovi tutti i sovrani d'Europa: il risultato fu che molti di essi non si presentarono nemmeno, ed altri mandarono i loro sostituti. Piccolomini, quale incaricato del Papa, tenne un discorso, scongiurò, ma invano. Si decise di indire la prossima dieta a Francoforte nell'ottobre dello stesso anno (1454), e là si trovarono presenti anche il Margravio Carlo ed Albrecht di Brandeburgo. Ancora una volta Piccolomini e Giovanni da Capistrano tennero dei fervidi discorsi: gli inviati dell'Ungheria chiesero disperatamente aiuto: ma furono parole al vento. Si decise di tenere la prossima dieta a Wiener Neustadt: ironicamente Piccolomini commentò: "Le nostre diete non sono del tutto infruttuose: ognuna fa almeno nascere la seguente". La dieta di Vienna, ove era presente anche Bernardo, fu ancora più misera. In mezzo alle lentissime e stanche trattative giunse la notizia della morte del Papa. Ora c'era una valida ragione per sciogliere la riunione, con l'impegno consolante di trovarsi l'anno seguente.

A Roma fu eletto un nuovo Papa, uno spagnolo del casato dei Borgia, Callisto lll, di 77 anni. La gente diceva: — Questo Papa è vecchio, che cosa potrà fare in tempi come questi? — Ma proprio quel vecchio Papa agì. La sua mèta era la totale cacciata dei turchi dall'occidente. Egli fece un solenne voto di sacrificare tutto, persino la propria vita, per scongiurare questo pericolo: partirono altri inviati ed altri predicatori per tutti i paesi; a Roma fu sospesa ogni costruzione di nuove chiese e si iniziò subito a costruire una flotta papale e si impose di nuovo la decima a favore della guerra contro i turchi. In tutta la cristianità le campane avrebbero dovuto suonare tre volte al giorno, e si doveva recitare la preghiera dell'Angelus. Il vecchio Papa non si lasciò intimorire da nulla. Molti avevano i loro dubbi in merito a questi suoi piani, altri si tenevano in disparte e sorridevano di tali illusioni. I pessimisti dicevano che tutto era inutile. Ma il vecchio Papa credeva nella vittoria.

Nel frattempo i turchi avevano capito la debolezza dell'Occidente e si preparavano a sferrare il colpo decisivo. Già un esercito gigantesco si trovava alle porte di Belgrado e iniziò l'assedio della città. La lotta era eroica, quasi senza speranza. La difesa era affidata all'ungherese Hunaydi, con al fianco il predicatore Giovanni da Capistrano. Questi aveva raccolto, predicando, un esercito assai strano: studenti, artigiani, contadini, monaci, invalidi, muniti di forconi, falci e bastoni. La battaglia fu incerta: già una parte della città era caduta, quando i cristiani riuscirono a far retrocedere i turchi: senza aver ricevuto un comando, contro ogni tattica militare, le masse si scagliarono e si rovesciarono nel campo dei turchi, ed accadde ciò che era parso impossibile: i turchi furono sopraffatti e fuggirono disordinatamente in piena disfatta. Era la vittoria, la vittoria della fede!

Anche questa notizia si propagò rapidamente per tutta l'Europa. Alcuni presero di nuovo coraggio, molti si vergognarono di essere stati così pusillanimi, e chi credeva di saperla lunga, disse che ora il pericolo era scomparso, scongiurato.

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Bernardo, presidente d'Italia, al servizio dell'impero

Era l'anno 1456, due anni prima della morte di Bernardo. Anch'egli sentì naturalmente la notizia della vittoria. Forse gli dispiacque di non essere stato anche lui nella mischia; ma a lui erano toccati altri incarichi molto importanti. Ora però non apparteneva al numero di quelli che mettevano le armi da parte. Egli sapeva che il pericolo turco sarebbe durato fino a quando anche un solo turco fosse rimasto sul suolo europeo; sapeva che i turchi non sarebbero mai stati soddisfatti, né si sarebbe potuto vivere in pace. liberi e sicuri, fino a che la forza del nemico non fosse stata fiaccata completamente. Bernardo non prevedeva tuttavia che questa lotta sarebbe proseguita ancora per altri duecento anni, e che un discendente del casato di Baden, il famoso "Türkenlouis" (Luigi vincitore dei turchi) avrebbe diretto una delle ultime grandi battaglie contro i turchi alle porte di Vienna, nel 1683.

Nell'anno della caduta di Costantinopoli, Bernardo aveva venticinque anni. Era dunque un giovanotto che si appassionava con viva intelligenza e bruciante interesse ad avvenimenti così allarmanti; vedeva chiaro e ne soffriva. Possiamo immaginare quante volte abbia discusso lungamente coi fratelli, gli ospiti e gli amici dei problemi più scottanti, della malsicura situazione politica, della posizione della Chiesa, dell'Impero, del pericolo turco. È certo che Bernardo si interessava alla politica. Naturalmente a quei tempi non esistevano ancora i partiti come oggi; ma vi erano delle correnti, per esempio pro o contro l'Imperatore, pro o contro il Papa. Bernardo si trovava, come si direbbe oggi, nel campo dei "conservatori", propenso cioè al mantenimento dell'unità e dell'ordine. La sua posizione gli dava la possibilità di considerare le circostanze da tutti i diversi lati. Pazientemente egli ascoltava le varie opinioni; nelle ore silenziose della preghiera, durante le solitarie cavalcate attraverso le sue terre, nelle notti passate meditando o vegliando, maturavano i suoi pensieri e le sue decisioni. Tutto ciò che più tardi fece non fu compiuto con precipitazione, né deciso sui due piedi, né frutto di un breve entusiasmo, ma fu un piano maturato nella meditazione e nella preghiera. Già in Italia, durante la campagna di Milano, egli si rese conto della futilità di una guerriglia continua: quasi ogni giorno viveva la- tragedia della decadenza dell'Impero. Egli vedeva l'infruttuosità delle diete, l'impotenza dell'Imperatore, l'avidità dei prìncipi governanti, la discordia dell'Impero, la stanchezza dei bene intenzionati .

Ecco che giunse la notizia della caduta di Costantinopoli. Anche Bernardo si spaventò profondamente. Egli vide gli sforzi vani del Papa ad indurre i prìncipi ad una crociata. Egli vide come tutti si spaventassero, però senza reagire. Qualcosa doveva ben farsi, molti lo dicevano. Anche Bernardo lo pensò, ma non si fermò al solo pensiero; maturò un piano nell'anima sua e lo portò chiuso in sé per lungo tempo. Giunse la morte del padre, ed egli avrebbe dovuto assumere il governo delle terre ereditate e decidersi se accettare o no la successione. Nel caso affermativo egli avrebbe dovuto sposarsi presto, rimanere a casa e compiere i suoi doveri di padre nei confronti dei suoi sudditi. In quel caso si sarebbe legato. Oppure avrebbe potuto non legarsi, ma rendersi libero e mettere la sua attività, il suo tempo, la sua salute, le sue facoltà, in una parola, tutto se stesso, al servizio dell'Imperatore e dell'Impero.

Questi i pensieri che lo occupavano nei mesi invernali del 1453-54. L'estate fu movimentata ed emozionante. Si diffondevano le invocazioni d'aiuto da parte del Papa, l'Impero manifestava tutta la sua straziante impotenza. Bernardo lo vedeva ora chiaramente: occorreva non lamentarsi, ma agire. Egli si ricordò del suo giuramento di cavaliere: "Essere cavaliere vuol dire combattere per Dio e per l'lmpero". Ed egli prese la sua decisione.

Dio inviò il movente occasionale: il fratello Giorgio rinunziò alla sua eredità, rendendo necessaria la revisione delle questioni familiari. Si presentò dunque l'occasione di realizzare anche il proposito di Bernardo. Due giorni dopo la consegna dell'eredità da parte di Giorgio, Bernardo comunicò ai fratelli la sua grande decisione: "Rinuncio per dieci anni al governo del mio paese e lo trasferisco nel le mani di mio fratello Carlo contro la ricompensa di duemila ducati annui".

Così Bernardo divenne libero di dedicarsi al suo grande compito.

Sappiamo di sicuro che Bernardo fu presente alla dieta di Wiener Neustadt nella primavera del 1455 insieme a suo fratello Carlo. In quell'anno l'Imperatore gli diede il titolo di Presidente d'Italia. Il 19 dicembre 1456 l'Imperatore lo incaricò di trattative di pace con parecchi aristocratici. Per regolare alcune questioni familiari, Bernardo ritornò in quei due anni varie volte, ma per breve tempo, in patria. Altrimenti era sempre in viaggio per il suo incarico speciale.

Non esistono documenti per determinare in che cosa consistesse nei suoi dettagli questo compito speciale, ma due fattori ce ne danno la chiave: anzitutto l'Imperatore gli diede l'introito delle tasse della città di Norimberga. Soltanto gli inviati speciali dell'Imperatore ricevevano una simile retribuzione per il loro mantenimento. E poi Bernardo si spostò continuamente negli anni che seguirono; ciò significa che l'Imperatore gli aveva affidato qualche incarico importante. E di che cosa si trattava? Per prima cosa era necessario mettere d'accordo fra di loro i prìncipi regnanti, indurli a rappacificarsi, comporre i litigi, appianare le divergenze: un compito faticoso, senza onori né riconoscenza. Eppure era il lavoro preliminare indispensabile, e soltanto dopo aver raggiunto questa meta, si sarebbe potuto prendere in considerazione la creazione di un esercito di difesa: anzitutto ci voleva la pace nell'interno dell'Impero.

Questo era dunque il compito di Bernardo. Egli era l'uomo adatto. Le fatiche fisiche che un tale incarico rendeva inevitabili, potevano essere da lui affrontate; inoltre era la persona adatta ad avvicinare i principi ed i signori altolocati. Anche lui era un nobile, di aspetto simpatico, dappertutto ben accetto; sapeva comportarsi con dignità, era abile conversatore, aveva la rara qualità di non perdere la pazienza e di trattare con bontà. Inoltre conosceva di persona gran parte di quei signori, ognuno coi propri segreti, e perciò poteva scegliere la parola giusta e tirare i fili in modo adeguato. Ma la sua migliore commendatizia era la sua vita.

Tuttavia Bernardo non si fidava soltanto delle sue forze naturali e delle sue qualità personali; quale cristiano credente egli conosceva la misteriosa potenza del male, proprio nel campo della politica. Egli conosceva la parola di Nostro Signore: "Questo nemico non può essere vinto che colla preghiera e col digiuno". E così egli fece. Durante i suoi lunghi viaggi a cavallo da castello a castello, egli pregava molto. Nel bagaglio aveva un libro di preghiere con le ore mariane e sotto la corazza portava un ruvido cilicio: così egli voleva vincere il nemico scaltro ed astuto con le armi della preghiera e del sacrificio.

Nel frattempo si erano verificati gli avvenimenti politici già narrati: avanzata dei turchi, vittoria sui turchi a Belgrado, appello di emergenza del Papa. Si era predisposto un grande piano: un forte esercito doveva attaccare i turchi per terra e spingerli verso l'Asia Minore; una flotta (Genova e Venezia riunite) doveva strappare al nemico il dominio nel Mediterraneo per eliminare il continuo pericolo turco una volta per sempre. Pieno di fede nella vittoria, Bernardo cavalcava attraverso il paese, bussava alle porte dei castelli dei grandi signori e tentava di convincerli a mantenere la pace nell'interno, l'unità verso l'esterno, la resistenza contro il nemico ed a servire l'Impero.

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L'ultimo viaggio: da Baden a Moncalieri

Il 29 marzo 1458, precisamente cinque anni dopo la caduta di Costantinopoli, Bernardo si mise di nuovo in viaggio, partendo da Hohenbaden. Lo accompagnavano Corrado di Schellenberg, Enrico Schultz, Corrado Schlegel, il suo segretario Giovanni Schweiger von Buhl e Padre Giovanni Herrgott, suo confessore, nonché numerosi scudieri e soldati. Il viaggio era diretto al sud: prima tappa Orléans, quindi attraverso la valle del Rodano, il valico del Moncenisio e l'Italia settentrionale, a Genova, dove Bernardo voleva guadagnare il favore della Signoria per il progetto della flotta. Al di là del valico, in Italia, si presentavano varie difficoltà. A Genova era scoppiata la peste e la paura della morte nera opprimeva la contrada. Non si vedevano volentieri circolare gli stranieri Le città più potenti chiudevano le porte per non lasciar entrare nessuno. Bernardo voleva anzitutto riposare un poco, anche per attendere il decrescere dell'epidemia. Egli sostò con i suoi per una quindicina di giorni a Voltaggio, un piccolo paese presso Novi. Come risulta storicamente, gli osti chiesero ai viaggiatori dei prezzi esorbitanti, approfittando della loro necessità.

Bernardo allora si rivolse al prefetto della città di Gavi, che apparteneva al duca di Milano. Ma né le sue relazioni con lo Sforza, né le sue credenziali imperiali servirono a qualcosa; le porte di Gavi rimasero chiuse davanti a lui. Bernardo era in una difficile situazione; non poteva certamente fermarsi inoperoso, perciò, malgrado tutto, decise di recarsi a Genova. Nei mesi estivi era pericoloso entrare nelle città colpite dalla peste, ma Bernardo non vi badò. L'incarico gli premeva, non poteva attendere l'autunno, e quindi decise di entrare nella zona della morte. Dopo che egli ebbe compiuto il suo dovere, il drappello partì verso nord per rimpatriare, passando per Tori no, la valle d'Aosta ed il Gran San Bernardo. Ma le grinfie della peste avevano già afferrato il piccolo gruppo. Il primo a morire fu Corrado von Schellenberg, l'11 luglio; lo seppellirono nei pressi di Asti. Il giorno seguente morì Enrico Schultz, lo sotterrarono lungo la strada. Quante ore amare per Bernardo! Andavano avanti sulle strade polverose; il sole scottava e la febbre bruciava nelle vene di Bernardo: egli presentiva la fine.

Non riuscì a raggiungere Torino. Con grande fatica i cavalieri raggiunsero la cittadina di Moncalieri: lì Bernardo si coricò in un ospizio del convento dei Frati Francescani, attendendo la morte. Una morte amara: era lontano dalla patria, ancora giovane e appena all'inizio della sua missione ancora infruttuosa. Era stato tutto inutile? Nel povero ospizio, Bernardo fece l'ultima confessione della sua pia e pura vita: poteva morire tranquillo. Il sacerdote suo conterraneo lo comunicò; egli ringraziò i suoi compagni di viaggio, li incaricò dei suoi saluti per i suoi cari in patria.

"Signore Iddio, come vuoi Tu. Sia fatta la Tua volontà. Nelle Tue mani, o Signore, metto la mia vita".

Il 15 luglio 1458, il giorno di S. Margherita, Bernardo di Baden morì. I compagni di viaggio, i monaci del convento ed i sacerdoti della chiesa collegiata di S. Maria della Scala circondarono commossi il letto di morte del nobile tedesco. Nelle poche ore della sua permanenza a Moncalieri, tutti avevano intuito la grandezza d'animo di quest'uomo: un Santo. "La morte dei Santi è preziosa agli occhi del Signore", disse piano uno dei canonici. "Seppelliremo nella nostra chiesa questo messaggero di Dio".

Ed a Moncalieri si propagò la nuova della santa morte del principe straniero. I monaci del convento portarono la salma del cavaliere tedesco nella vicina chiesa di S. Maria della Scala; i sacerdoti recitarono le preghiere per i defunti.

Venne la gente della cittadina ansiosa di vedere il viso puro e sereno del biondo straniero. Poi lo si seppellì nella chiesa. Era strano che tanta gente accorresse rapidamente: di sicuro si era diffusa ovunque la notizia che il giovane morto entro le loro mura non era soltanto un nobile, ma anche un Santo. Così dicevano, e Padre Herrgott, il confessore di Bernardo, disse anche nel suo discorso funebre, quanto questo uomo in vita fosse stato pio e buono, fedele e coraggioso. Durante le esequie avvenne il primo miracolo più avanti descritto, e la gente, rincasando, lo raccontava agli amici ed ai vicini, e presto l'intera città lo seppe: Iddio aveva loro inviato un Santo!

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La venerazione dei moncalieresi per il giovane straniero

Soffermiamoci un poco presso la tomba appena chiusa di Bernardo. Vegliamo un poco questo morto, e meditiamo. Ora forse si dischiude a noi il più profondo suo segreto. Qual è la vera grandezza della sua vita? È nella sua intima religiosità, nella sua bontà verso gli uomini, nella sua carità verso i poveri, nella sua splendente purezza, nella sensibilità della sua coscienza? Certamente, tutto ciò è notevole, ma non sufficiente. Molti altri Santi e Beati avevano queste qualità. La virtù sola non fa il Santo, ci vogliono delle proprietà eccellenti. La Chiesa richiede una virtù eroica dai suoi Santi. Senza dubbio la purezza immacolata di Bernardo era di tale specie, ma la ragione profonda non è qui.

Era forse nella sua decisione di dare tutto se stesso per l'Impero e l'Imperatore, per il Papa e la Chiesa, per il Regno di Dio ed il suo beneficio sulla terra? Nel dedicarsi completamente ad una missione ideale, facendo rinunce e sacrifici? Sì, anche questa è grandezza, specialmente in un'epoca in cui pochi pensavano ed agivano come lui, in cui tutti erano preoccupati solo del proprio profitto. La condotta di Bernardo merita certamente la nostra stima, gli dà lo splendore di una forte responsabilità, ed egli si distingue come uno dei pochi uomini veramente grandi del suo tempo. Ma ancora non siamo alla santità: dietro alla sua condotta poteva essersi infiltrata un po' di ambizione e di sete di avventura. Sarebbe possibile, perché no? Anche se l'opera sua fosse stata motivata da questi umanissimi sentimenti, sarebbe stata tuttavia grande.

Ed allora, dov'è la sua sublime grandezza? Dove è l'aspetto davanti al quale rimaniamo commossi e avvertiamo qualcosa di straordinario, di eccezionale, la santità? Quando e dove si rivela che Bernardo è tanto vicino a Dio? Qui, nella sua morte solitaria

Cerchiamo di comprendere: Bernardo aveva soltanto trent'anni, era giovane, vigoroso, vivace ed attivo, pieno di entusiasmo per la sua grande missione. Dei dieci anni che intendeva dedicarle, soltanto quattro erano trascorsi. C'era ancora tanto da fare, aveva potuto raggiungere così poco! E proprio ora, Iddio lo fa cadere, lo mette da parte come un oggetto che non serve più, lo manda via come un servitore inutile. Eppoi proprio la peste, questa nemica tremenda... Sarebbe stato tanto più bello morire nella battaglia, in

mezzo alla lotta. Ma così no, preso in agguato dalla terribile peste, morire così solo, sconsolato, su un misero giaciglio, quanto era amaro! Bernardo sentì avvicinarsi la morte; era la fine, Dio non voleva la sua opera, ma la sua vita. Dio chiedeva tutto: Bernardo guardò il crocefisso — anche il Signore era tanto giovane! — ecco dunque l'imitazione di Cristo per lui. Prese il calice e lo bevve: morì solitario nell'ospizio dei Frati Minori, ed in quell'ora egli divenne Santo.

Pochi giorni dopo la sepoltura del loro signore, il resto del drappello si mise di nuovo in viaggio verso il nord. Era un ben triste viaggio: non s'accorsero neppure dello splendore estivo delle valli e dei monti; avevano continuamente davanti agli occhi la morte solitaria, desolante, del loro margravio. Interrompevano il silenzio solo per parlare di lui. Al di là delle Alpi si ammalò Corrado Schlegel, morì e fu sepolto a Vevey sulle rive del Lago di Ginevra. Poi proseguirono verso la patria per portare la triste notizia al castello di Hohenbaden.

Ma qualcos'altro potevano raccontare a casa: qualcosa che, non ostante tutto, aveva riempito i loro cuori di meraviglia e di gioia profonda. Strada facendo ne parlavano di tanto in tanto, ed ogni volta si rivelava loro che Bernardo era un Santo. L'avvenimento del quale parlavano, era accaduto il giorno del funerale di Bernardo. Era successo così: Padre Giovanni Herrgott stava tenendo il discorso funebre, e tra la moltitudine di cittadini che ascoltavano, vi era pure un uomo di nome Giorgio Corderio. Egli soffriva da molto tempo di una grave malattia agli arti inferiori, e si trascinava faticosamente avanti con l'aiuto delle sue grucce. Ascoltando la predica del padre sulla vita del pio straniero, Corderio prese fiducia in Bernardo, si rivolse a lui con la sua fervida preghiera, e guarì sull'istante. La sua gioia esplose fragorosamente in mezzo alla cerimonia funebre, e la gente si esaltò: il miracolo era evidente: Giorgio Corderio, tutto d'un tratto poteva di nuovo camminare! Si era verificato un miracolo, Dio aveva dato un segno, testimoniando in favore del suo servo davanti a tutto il popolo! Il cordoglio si mutò in gioia: "Abbiamo un Santo tra le nostre mura!". La venerazione di Bernardo ebbe inizio così.

Il morto appena seppellito rivive improvvisamente in un'altra maniera. Perché abbiamo ancora bisogno di testimoni, si potrebbe chiedere, non è questa venerazione per Bernardo, nata all'improvviso a Moncalieri, una prova sufficiente dello straordinario stato di grazia?

Riflettiamo: alcuni cavalieri tedeschi giungono a Moncalieri, e uno di essi muore di peste nell'ospizio dei frati. Nessuno fa gran caso a questo evento, perché succede spesso che cavalieri stranieri passino per queste contrade, e che uno di loro muoia, non è una cosa insolita; poiché egli era, come si diceva, un gran signore, viene sepolto solennemente in chiesa. Un predicatore straniero parla della vita del morto sconosciuto: questo sì, è commovente, forse anche un po' sensazionale, ma nulla più. Inoltre aveva portato la peste nella città, e ciò non era una cosa che poteva piacere alla gente in quei tempi. Per qualche giorno ancora la gente ne avrebbe parlato, poi tutto sarebbe stato dimenticato. Nella chiesa giaceva un nobile straniero, un tedesco qualsiasi, e cent'anni dopo nessuno se ne sarebbe più ricordato. Al più sarebbe rimasta una lapide corrosa dal tempo, ma nulla più. Quanti conti e margravi tedeschi saranno morti in quei secoli in qualche contrada d'Italia? Nessuno li venera, nessuno li ricorda più. Questo sarebbe stato il corso normale degli avvenimenti.

Ma qui ha subito inizio una grande venerazione per questo straniero: gli si rivolgono preghiere, si adorna la sua tomba, il popolo gli offre dei ceri, in chiesa si innalza una sua statua. Nei dintorni di Moncalieri si erigono delle cappelle in suo onore. Vent'anni dopo la sua morte si pubblica la prima storia della sua vita, scritta da Antonio Topelli che racconta di numerosi miracoli e guarigioni, e si tratta sempre di testimonianze di gente che ha visto con i propri occhi e sentito con le proprie orecchie. Bernardo non viene dimenticato, la sua venerazione continua. Nel 1502 il Consiglio comunale di Moncalieri elegge San Rocco e Bernardo suoi patroni protettori contro la peste. Da quell'epoca, l'anniversario della morte di Bernardo, il 15 luglio, è giorno di festa a Moncalieri. Una confraternita in suo onore è fondata nel 1579. Nel 1648 si apre il sarcofago e si fa un preciso inventario del suo contenuto: in quell'occasione si danno alcune reliquie alla famiglia dei margravi ed alla città di Metz dove Bernardo è pure venerato.

In occasione del tricentenario della sua nascita, nel 1728, Bernardo diventa patrono principale.

dell'intera città di Moncalieri, e nell'anno 1758 si festeggia in modo solennissimo il tricentenario della sua morte. Il ricordo di Bernardo di Baden, di quel cavaliere tedesco che ha sostato nella città di Moncalieri appena qualche ora per morire, non si è dunque mai spento in queste contrade. Fino ai nostri giorni lo si venera in questa sua seconda patria. Per oltre cinquecento anni, attraverso le alterne vicende dei secoli, questo morto è rimasto vivo nella memoria della popolazione, e si continua a venerarlo ed amarlo. In verità non c'è nulla di più vivo che un Santo morto.

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La venerazione del suo popolo

n resti del drappello di Bernardo arrivarono in H patria, portando a Baden la triste notizia, ma anche quella più lieta della sua venerazione. La prima fu accolta come amara verità, ma quanto alla seconda, sorgevano naturalmente dei dubbi. Certamente la famiglia ne era compiaciuta, e chi aveva conosciuto Bernardo, riteneva senz'altro possibile ciò che si narrava, ma proprio la sua famiglia preferì essere prudente. I parenti si misero subito in comunicazione con la città di Moncalieri ed entrarono in trattative per una donazione. Il margravio Carlo quale capofamiglia ne diede inizio, e le trattative si protrassero per lungo tempo. Dopo la sua morte, nel 1475, i fratelli superstiti donarono la tavola votiva tuttora custodita nella chiesa di S. Maria della Scala a Moncalieri. I due fratelli vescovi si mantennero riservati circa l'eventualità di promuovere la beatificazione di Bernardo; essendo stretti parenti del defunto non volevano immischiarsi.

Da una lettera di Giorgio, vescovo di Metz, si apprende che Bernardo fu venerato pure nella sua diocesi, dove delle suppliche erano state esaudite per intercessione di Bernardo. Seguendo il desiderio della famiglia dei margravi, l'abate Trithemius di Sponheim scrisse in tedesco una biografia di Bernardo. Il Topelli, segretario di Jolanda di Savoia. raccolse informazioni anzitutto a Moncalieri ed a Torino, mentre l'abate Trithemius si rivolse alle persone che avevano conosciuto Bernardo alla corte imperiale di Vienna. Tutto ciò avvenne ancor prima della fine del secolo XV. Il margravio Cristoforo, figlio di Carlo, era un fervente ammiratore di Bernardo: il suo libro di preghiere ne conteneva una rivolta allo zio. La nipote di Bernardo, più tardi badessa di Lichtenthal. fece erigere nel suo convento una statua di Bernardo. Ma certamente non sbagliamo se supponiamo che Bernardo era profondamente venerato anche dalla popolazione badense poiché la notizia della sua vita santa, della sua morte solitaria e degli avvenimenti miracolosi svoltisi subito dopo la sua morte, si era sicuramente diffusa nell'intero margraviato. Anche molti suoi amici tra l'aristocrazia, tra il clero e la borghesia delle varie città, avranno conservato di lui qualcosa di più di un semplice buon ricordo. Se Papa Pio II, E. S. Piccolomini, che aveva conosciuto Bernardo di persona, scrisse di lui che era morto in odore di santità, se ne può dedurre senz'altro una vasta venerazione.

Una cosa è certa: Bernardo continuava a vivere nel cuore del popolo, sia a Moncalieri che a Baden. Infine non ha grande importanza se molti o pochi lo veneravano: quello che conta è che la sua memoria non si spense e la sua venerazione non cessò mai. Il defunto margravio rimase vivo.

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1769: Bernardo è proclamato Beato

Prima del 1630 era facile venerare in pubblico qualcuno che era morto in odore di santità. Poi venne l'enciclica di Papa Urbano VIII sulla venerazione delle persone considerate sante. Senza un processo di beatificazione, una pubblica venerazione non era più permessa. Per Bernardo un tale processo era progettato da molto tempo, ma non era ancora stato messo in esecuzione. Ora il margravio Augusto, figlio del "Türkenlouis", prese la cosa a cuore. Essendo egli rimasto senza discendenza, il margraviato doveva passare dopo la sua morte nelle mani della linea protestante del casato. Perciò egli desiderava eleggere Bernardo come patrono del paese e protettore dell'antica fede al posto del mancato erede al trono.

Nel 1768 chiese in una bella lettera a Papa Clemente XIII la beatificazione di Bernardo. In seguito a questa lettera e ad altre suppliche del Consiglio Comunale di Moncalieri, nonché dell'arcivescovado di Torino, il processo ebbe inizio e fu condotto con successo alla fine. Il Papa diede conferma della beatificazione di Bernardo il 16 settembre 1769.

Bernardo era ora un Beato della Chiesa.

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Il "buon Bernardo"

Vorremmo naturalmente anche sapere quale aspetto avesse Bernardo. Ci sono veramente molte sue statue e ritratti, ma in fondo ci dicono poco: tutti rappresentano un giovane cavaliere, vestito col costume dell'epoca in cui l'immagine fu prodotta. Questi quadri non sono "ritratti., nel senso odierno della parola. Quello che è certo dalle descrizioni e dalla lunghezza delle sue ossa, è che Bernardo era molto alto: un giovanotto di statura imponente, presumibilmente aitante, dai capelli castano chiaro e dagli occhi celesti, sano e forte, dal portamento signorile. Così possiamo immaginarci il margravio Bernardo di Baden.

Il suo ritratto più antico si trova a Moncalieri: si tratta della tavola votiva che i suoi due fratelli donarono attorno al 1475. Bernardo vi è ritratto in veste di soldato, di combattente. L'immagine porta una iscrizione particolare, per non dire il suo titolo di onore: "Bon Bernhart", cioè il buon Bernardo.

Il secondo quadro in ordine cronologico è la cosiddetta tavola votiva di Karlsruhe, datata 1480. Si trova oggi nel museo del casato di Zähringen nel castello nuovo di Baden-Baden. L'incarico di eseguire questo ritratto fu dato probabilmente dai due fratelli vescovi e dal nipote Cristoforo I.

Una terza immagine è un piccolo disegno fatto a mano nel libro di preghiere del margravio Cristoforo I in relazione con una preghiera rivolta a Bernardo, anch'essa del 1480. Contemporaneamente, la nipote di Bernardo, l'abbadessa di Lichtenthal, Margherita di Baden, donò la già menzionata statua di Bernardo che ancora oggi si trova nella Cappella dei Principi nel convento di Lichtenthal. Dello stesso periodo data una statua che si trova nella cattedrale di Breisach, ma non è certo che essa raffiguri Bernardo.

Varchiamo ora la soglia del sedicesimo secolo: il tempo della scissione della fede, dei grandi sconvolgimenti della guerra dei trent'anni, epoca in cui vi era poca venerazione per i Santi. Vaste contrade del Baden divennero protestanti ed in esse il ricordo del margravio Bernardo svanì. Ma verso la fine dello stesso secolo i turchi si trovarono di nuovo ai confini sud-orientali dell'Impero. Ciò che Bernardo aveva a suo tempo voluto impedire, accadde. La bandiera con la mezzaluna avanzava sopra l'Ungheria, e Vienna si trovava in grande pericolo. Ora la memoria di Bernardo rivive; nei quadri di quella epoca egli è raffigurato in veste di crociato, coraggioso ed entusiasta. La beatificazione nel 1769 dà all'arte nuovi motivi. Ora lo ritrae come un Beato in mezzo ai Santi, nella luce del paradiso: egli è l'augusto sovrano che guarda con benevolenza il suo popolo. Il tempo passa: arriviamo ai tempi nostri. Bernardo non è dimenticato. Ancora si dipinge o si scolpisce la sua immagine, e sempre le si dà l'aspetto della rispettiva epoca. Anche il nostro tempo darà una espressione alla figura di Bernardo, ancora diversa da quella di prima, eppure giusta, poiché i Santi sono al di fuori del tempo, e perciò vicini a tutti i tempi.

È certamente interessante sapere quale era l'aspetto esteriore di Bernardo; ma molto più importante è sempre la sua immagine interiore. Finora abbiamo visto singoli lati del suo carattere, ora vogliamo comporre tutto in un unico quadro. Il suo primo ritratto, la tavola votiva di Moncalieri, riassume le sue qualità in un titolo: <.Bon Bernhart", il buon Bernardo. Questo soprannome, interpretato bene, dice già tutto, e descrive con due semplici parola la immagine interiore del nostro Beato.

Buono: questo aggettivo ha per noi il significato di benevolo, gentile, caritatevole. Questi erano i tratti salienti del suo carattere, così lo avevano conosciuto i suoi contemporanei: altruista, perciò anche gentile. Ma una tale sua bontà non si rivolgeva solamente ai più vicini: era ben nota la sua carità verso i poveri. Ma molta gente del suo ambiente non era povera di beni e non aveva bisogno di un aiuto materiale. Ad essi egli rivelò la sua bontà in un'altra forma, per esempio nella comprensione delle loro preoccupazioni e necessità, nell'attento ascolto, nell'aperta partecipazione, nella paziente sopportazione, nel gentile trattamento .

Ancora di più si rivela questa bontà nella particolare opera di pacificazione. Il tempo era pieno di contrasti e di divergenze, di lotte e di faide. In qualità di pacificatore egli viaggiò attraverso l'Impero per mettere i principi d'accordo fra di loro. Osservandolo nei suoi sforzi di mettere pace tra i litiganti, molti avranno detto: "Il buon margravio Bernardo è un idealista. Che cosa otterrà in tempi come i nostri?" — Questa bontà lo illumina specialmente negli ultimi giorni del suo viaggio senza ritorno. Come sanguinava il suo cuore quando dovette seppellire i suoi compagni nella solitudine della terra straniera! È in lutto per la morte dei suoi amici, e lui stesso è gravemente ammalato, eppure si preoccupa degli altri, pensa che cosa faranno senza di lui. È sempre altruista, il buon Bernardo.

"Il buon Bernardo" — questa definizione ha un suono tanto dolce che quasi la si potrebbe fraintendere. È adatta a Bernardo che nel 1454 rinuncia alla sua eredità e si mette al servizio dell'Imperatore? Certamente, poiché buono vuol dire anche magnanimo, di sentimenti elevati: una disposizione d'animo che nel medioevo era molto apprezzata e diffusa, ed era una virtù propria dei cavalieri. Oggi la chiamano "idealismo", in contrasto con "egoismo" e "piccineria". Anche sotto questo aspetto Bernardo era veramente buono. Egli era idealista, non nel senso di uno che avesse la testa fra le nuvole e fosse incline a fantasticare, ma in quello di uomo lungimirante, di sentimenti elevati, che si prendeva molto a cuore il bene dell'umanità, per cui valeva più l'impero che il proprio castello, che era sinceramente preoccupato del destino della Cristianità. In Bernardo vivevano ancora le virtù essenziali della vera, antica cavalleria, la cui meta era stata la crociata; sebbene quei tempi fossero passati e non si trattasse più di conquistare la Terra Santa, restava pur sempre da difendere il proprio paese.

La grande epoca delle offensive impetuose era finita, ora si era nel tempo della faticosa difensiva. Ma pochi volevano combattere per questo ideale, e Bernardo era uno di quei pochi, uno di quei buoni che non si stancavano mai.

Bernardo era buono. Un altro significato ha oggi questo aggettivo: valoroso. Bernardo era molto stimato presso i suoi contemporanei e presso i signori come lui, perché era un uomo integro, tutto d'un pezzo. Il suo aspetto signorile corrispondeva al suo carattere. Egli era veramente come appariva: valoroso e tenace nella lotta, intelligente e previdente condottiero, giusto ed obiettivo nel suo giudizio, resistente e forte nei suoi lunghi viaggi, di nobile e signorile comportamento, abile ed arguto nella conversazione, in una parola: impeccabile, un vero gentiluomo. E se non fosse stato così, l'imperatore Federico III non avrebbe certamente scelto proprio lui come incaricato speciale per le sue missioni segrete. Bernardo aveva doti eccellenti; un uomo del suo talento era rarissimo a trovarsi; ci si poteva fidare di lui per qualsiasi incombenza. E chissà a quali alti incarichi sarebbe arrivato se Dio gli avesse concesso una vita più lunga.

Ma non siamo ancora giunti in fondo a questa bontà. Una tale virtù non si può acquistare: essa è frutto di una lunga esperienza interiore. Questo suo intimo sentimento, il fondo dell'anima sua, si chiama "religiosità, dedizione a Dio". Questo è lo sfondo d'oro sul quale spicca l'immagine di Bernardo, qui incomincia la sua santità. Egli era buono agli occhi di Dio.

La nuova chiesa parrocchiale intitolata a Bernardo (Sankt Bernharduskirche) a Baden Baden. Situata nel quartiere a nord della città, sulla strada per Rastatt, fu eretta ai primi del secolo. Dietro la grandiosa mole di questa chiesa vi è una strada collinare intitolata a Moncalieri (Moncalieristrasse).

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Bernardo messaggero per l'Europa e per la cristianità

Ogni epoca vede i suoi santi con i propri occhi: noi, come vediamo il nostro Beato? Che cosa significa per noi oggi? Quali aspetti del suo carattere sono importanti per i tempi nostri? Chi ha letto con attenzione le pagine precedenti, avrà pensato spesso che l'epoca in cui visse Bernardo, e l'epoca in cui viviamo noi oggi, abbiano molte cose in comune: sono ambedue tempi di transizione in cui muore qualcosa e qualcosa di nuovo sta nascendo. Oggi come allora si presentano interrogativi e problemi da risolvere , soluzioni da cercare. I popoli vivono nella paura di un pericolo ben definito in agguato. Tutti tremano, nessuno agisce. Oggi come allora, le opinioni sono discordi, divise, gli uomini di buona volontà sono stanchi. sfiduciati. Non c'è spirito di resistenza, né fiducia nelle proprie forze, né entusiasmo per una grande mèta, né fede nell'onnipotenza di Dio. Allora come oggi...

Che cosa ha fatto Bernardo? Nulla di speciale, nulla di miracoloso, come, per esempio, la Pulzella di Orléans o l'eloquente San Giovanni di Capistrano. Egli non fece nulla di strabiliante, non affascinò le folle, non fece miracoli in vita, né fu visibile ed evidente l'opera sua: fece però sempre del suo meglio nel breve passaggio della sua vita terrena, in mezzo alla generale decadenza del suo tempo, e perciò era per molti un appoggio, una salvezza.

Ognuno di noi ha la possibilità di fare altrettanto. Non è Bernardo un vero esempio per noi che viviamo in mezzo al mondo moderno e dovremmo vincerlo? Non ci dice: "Fa del tuo meglio"?

Egli ci trasmette ancora un altro monito: qualunque occasione vi si presenti per pacificare le anime. fatelo! Il mondo è pieno di discordia e di incomprensione che occorre eliminare. Gettare ponti tra le opposte rive e valichi sopra le montagne! Sedetevi ad un unico tavolo, anzitutto voi fratelli nella fede! Dimenticate le piccole divergenze: con un po' di buona volontà ci riuscirete, ognuno nella sua piccola cerchia. Il grande Duomo della Pace sarà costruito mettendo piccole pietre una sull'altra.

Ma Bernardo si rivolge anche alle personalità, ai governanti del mondo moderno, che oggi non sono più principi e sovrani, ma diplomatici ed uomini politici. Egli credeva, non ostante tutto, alla unità dei popoli europei; non perse la fiducia, ma si accinse a tentare l'impossibile. Si dedicò interamente ed incondizionatamente ad una causa che gli altri, pusillanimi, credevano perduta. Sono ancora i problemi di oggi.

Siamo di nuovo nel campo politico: chi osserva attentamente la personalità di Bernardo, lo considera un uomo politico. Quello che egli fece tra il 1454 ed il 1458 non era altro che alta politica. Il vero significato di questa parola è: curarsi e preoccuparsi dell'insieme, e ciò fece Bernardo. Gli importava l'intera Cristianità, l'Impero d'occidente, l'Europa, voleva scongiurare il pericolo turco, difendere la pace e l'unità, la libertà e la sicurezza. Bernardo sentiva l'impegno di un tale compito, non per passione, ma per senso di responsabilità, non per denaro, ma per amore di Dio.

Infine, ultimo monito di Bernardo: "Non actio sed passio" è la miglior cosa, cioè il sacrificio, la penitenza, la preghiera, la sofferenza. E l'insegnamento della sua morte nel pieno della giovane opera sua. Le vittorie del Regno di Dio in terra non si ottengono soltanto con la spada o con l'abilità politica, ma con altre forze che si devono acquisire con la preghiera e col sacrificio.

Il monito che, dopo 500 anni, ci giunge da questo Beato, è la parola di Sant'Agostino: "Quando pensate al Regno di Dio, siate inquieti!".

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