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Vallis Turris
a cura di Lorenzo Ravazza
Introduzione
In questa sede non abbiamo certo la pretesa di scrivere una storia di Val della Torre. Tracceremo un breve itinerario della fede e della devozione popolare attraverso le cappelle ed edicole votive e le Chiese di Val della Torre. E' una storia ricca di fatti e aneddoti più o meno importanti. E' soprattutto una storia ricca di fede, che si è manifestata attraverso l'edificazione delle molte cappelle ed edicole, testimoni oggi del grande patrimonio spirituale dei nostri avi. E' con questo spirito che ci accingiamo a gironzolare in su e giù nella storia e geografia del nostro paese.
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Le Cappelle votive a Val della Torre
Iniziamo la nostra "passeggiata" fra le cappelle dette campestri senza un preciso ordine, trascurando, per il momento, le parrocchie di S. Donato e S. Maria della Spina.
Qual è, o era, "larredamento" di un pilone votivo, se non un crocefisso, una statuetta della S.S. Vergine, limmagine di un Santo particolarmente caro, un affresco (si fa per dire) oppure un quadretto votivo per grazia ricevuta? Certo erano brutti, ma pieni di poesia; erano forse ingenui, ma pieni di sentimento.
SS. ROCCO E SEBASTIANO Sorge in regione Piazza, "gius patronato" del Municipio; ricostruita nel 1734 dal parroco Don Sebastiano Gherra con il concorso della popolazione. La festa di S. Rocco era per i Valtorresi solennità di precetto per voto emesso durante la peste del 1630. Più tardi il Prevosto Don Bordino in occasione di unaltra epidemia propose di celebrare la festa di S. Sebastiano come per S. Rocco. Attualmente la cappella si trova in cattivo stato di conservazione.
S. MARTINO Trovasi nelle vicinanze dellantico Castello o torre che diede il nome alla vallata. Fu Don Giacomo Robiolo prevosto che la costruì a sue spese nel 1714 per facilitare lamministrazione dei Sacramenti alle borgate superiori alla regione Laschera. Subì un prolungamento nel 1820; fu ingrandita nel 1863 con navata laterale in "cornu epistolae" e abbellita con ledificazione del campanile e una casetta con pochi palmi di terra per il cappellano. In questa cappellania trascorse 33 anni il Rev. Don Carlo Mussino (Valdellatorre 1821 1905) che con una vita esemplare e intemerata fu di edificazione a tutti i fedeli.
SS. VITO E LUCIA Edificata nel 1729 da certo Michele Rullent sulle rovine di un pilone votivo dedicato alla SS. Vergine. Fu benedetta il 21 luglio di quellanno. La navata laterale a sinistra fu costruita nel 1902.
SS. GRATO E APOLLONIA I borghigiani della Verna desideravano da tempo possedere una cappella tanto che una certa Domenica Mussino e G. Battista Mussino stanziarono a tale scopo L. 300 la prima e L. 500 il secondo e concorsero altri borghigiani e abitanti limitrofi. Sorse così la cappella nel 1830, solennemente benedetta nel 1835; è amministrata da priori. La festa di S. Apollonia si celebra il 9 febbraio, quella di S. Grato il 3° giorno delle rogazioni. Restaurata ottimamente nel 1971.
S. FIRMINO In borgata Chiaberge sorgeva un pilone dedicato a S. Firmino. Una certa Giovanna Magliana ved. Savarino con suo testamento datato 5 maggio 1818 lasciò L. 500 per la costruzione di una cappella. Il Prevosto Don Bordino fu contrario dichiarandola inutile, ciò nonostante i borghigiani la vollero a tutti i costi; fu costruita e benedetta dal Prevosto Don Burzio il 26 settembre 1846 per delegazione arcivescovile. Festa patronale il 2 gennaio.
S. MICHELE BORGATA PRAGRANERO Fu costruita nel 1756 da Michele Negro che lasciò il "gius patronato" alle figlie ed eredi con testamento 10 novembre 1757. Il fondatore legò a detta cappella alcuni beni con il peso di una S. Messa mensile.
S. ANNA E di "gius patronato" delle famiglie Savarino e Brunatti; sorge in borgata Buffa. Fu edificata su consiglio del Prevosto Brero nellanno 1764, molto ben conservata.
S. ROCCO TRUCCO DI BRIONE Edificata nel 1870 in seguito ad una epidemia di colera che decimò la popolazione, anchessa affidata a priori è bisognosa di urgenti restauri. Proseguendo per il Trucco in un sentiero ameno fra i pini, si sale alla cappella della S. Famiglia a Moncalvo. Recentemente restaurata ma priva di arredamento, si temono atti vandalici e furti come del resto i piloni della via Crucis, depredati e semi distrutti.
SANTANTONIO DA PADOVA La fondazione di questa cappella risale al 1644. Era di "gius patronato" della famiglia Bronzino, però da molti anni è passata agli abitanti della borgata. Il terreno che la cappella possiede fu comprato nel 1806 con i fondi della medesima per suggerimento del Prevosto di Givoletto Don Gatti.
S. VALERIANO Nel 1207 Papa Innocenzo III prendeva sotto la sua protezione persone e beni del Monastero di Brione e la "grangia di S. Valeriano". Il pilone dedicato a questo Santo era sito su di un poggio vicino alla borgata Cocconera. Il proprietario certo Giovanni Savarino, detto "Sartur", eresse una bella cappella. Fu benedetta dal Prevosto Marucchi nel 1894. Un decreto arcivescovile permette la celebrazione della S. Messa nel giorno della festa il 12 settembre.
La Parrocchia di S. Donato Vescovo
La volta scorsa terminammo la "passeggiata" alle cappelle campestri, ora saliremo alla parrocchia di S. Donato. Il culto del grande vescovo di Arezzo (la statua è opera del Clemente 1763) è stato introdotto a Valdellatorre in epoca longobarda (569-773), quando nel monastero di S. Martignano (a cui faceva capo) importanti personaggi toscani posero la loro temporanea residenza.
La chiesa di S. Donato nel 1118 era "gius patronato" dellAbbazia di S. Solutore di Torino e tale rimase, anche quando S. Martignano e S. Giuliano passarono alle monache di Brione.
Fin dal 1236 in Valdellatorre vi era un sacerdote residenziale "plebano" cioè parroco di campagna avente cura di anime.
Da un elenco del 1386, la Chiesa di S. Donato era lunica del circondario che pagasse il cattedratico al Vescovo pur essendo parroco labate di S. Solutore. In quei tempi remotissimi, le chiese parrocchiali (propriamente dette "pievi") erano poche con, territorio molto esteso vasto. Da queste parti vi erano soltanto Druento e S. Pietro di Pianezza, le altre del circondario erano parrocchie dordine inferiore, semplicemente chiese o titoli.
S. Donato il 1° Agosto 1584 ricevette visita apostolica del Delegato Mons. Peruzzi, il quale nella sua relazione ci da un piccolo quadro della situazione a quei tempi: il signore del luogo era certo Bartolomeo Cappone e parroco Pietro Bulatino de Salacio; il reddito delle terre, escluse decime e proventi di stola, era di 15 scudi; gli abitanti erano 320, di cui 280 ammessi ai SS. Sacramenti.
La chiesa apparve allillustre visitatore assai povera, i muri indecenti, il pavimento rotto (perché di quando in quando si seppelliva qualche cadavere). Furono ordinati alcuni restauri e venne proibito di seppellire morti in chiesa, eccetto in sepolcreti laterali costruiti appositamente.
In occasione dei restauri (1910) si rinvenne parte delle fondamenta della chiesa antica, la quale era rivolta verso La Bassa, avendo a lato dellentrata il campanile e occupando il sito esistente tra il campanile, il cimitero e le due porte laterali della chiesa attuale.
Lattuale chiesa fu costruita in due riprese: per prima la parte dal coro alle porticine laterali; più tardi la parte inferiore e la facciata sul luogo della chiesa primitiva.
Torniamo al nostro Mons. Peruzzi: si conservava il SS. Sacramento in una specie di custodia di stagno entro un misero tabernacolo di legno, si distribuiva la comunione con il calice in mancanza di altro vaso sacro; dei due altari, il maggiore era senza croce, pietra sacra, immagine e ripiano per i candelieri; quello dedicato a S. Antonio ancora più misero. Furono ordinate alcune migliorie: un nuovo tabernacolo ed una pisside in rame dorato; sostituzione della lampada troppo piccola; venne ricollocato il fonte battesimale in marmo e dotato di coperchio a piramide; demolito l'altare di S. Antonio e arricchito l'altare maggiore.
Non vi era sacrestia e i paramenti ben pochi, un solo messale e un solo calice. Inoltre Mons. Peruzzi ordinò la costruzione di un muro che chiudesse bene il cimitero e si erigesse nel mezzo una croce di ferro con piedistallo in pietra. La casa canonica era assai modesta, quivi il parroco presentò al Superiore le bolle di collazione del suo beneficio conferitogli dal Rev. Abate di S. Solutore nellottobre del 1573 e il decreto dellArcivescovo che lo abilitava alla cura danime.
Il SS. Viatico agli infermi era accompagnato da pochi, né si portavano lumi e baldacchino, fu perciò istituita la Compagnia del SS. Sacramento con lobbligo ai confratelli di accompagnare per turno di almeno otto per volta il Santissimo Sacramento agli infermi, di servirsi di ombrella, anziché il baldacchino e includere la teca in una borsa al collo del sacerdote a causa della lontananza delle case e del dissesto delle strade (non dimentichiamoci che a quei tempi, la strada che dalla borgata "ponte" saliva in S. Donato era soltanto unampia mulattiera).
Ordinò infine che si tenessero tre registri anziché due (battesimo morte - matrimoni).
Si è già visto che le terre del beneficio di S. Donato rendevano appena 15 scudi e consistevano (inventario del 1728) in 10 giornate alle Moschette, una giornata alla Pianchetta, mezza giornata alla Moia del Luv, inoltre dodici tavole tra la chiesa e il rio dove oggi vi è il cimitero, 23 tavole al Trucco di Brione.
Monastero di Brione (Secoli XIII-XIV)
Lordine di Cistercio fu fondato in Francia nellundicesimo secolo ed è una riforma dellordine di San Benedetto. Ebbe grande diffusione per merito di S. Bernardo. Tra le sue opere, l'istituzione delle monache Cistercensi. Ed è proprio questo ordine religioso che venne a stabilirsi a Brione. Vale la pena ricordare che, in Piemonte, i primi monasteri cistercensi furono le abbazie di Staffarda presso Saluzzo (1135) di Casanova (1142) e quindi i monasteri femminili di Lucedio, di Revello e di Brione.
I monaci di Casanova furono i primi a possedere beni a Valdellatorre. Si legge nel Cartario di quella Abbazia che nellanno 1207 vi fu questione tra un certo Martino Faia di Valdellatorre e il monastero di Casanova, riguardo al tenimento (tenuta) di San Giuliano: venne raggiunto un accordo per cui il Faia rinunciò al terreno in cambio del compenso di undici soldi di Susa. LAbbazia di Casanova acquisì anche possedimenti di San Solutore in Valdellatorre.
Nel secolo XII venne avviato il monastero femminile: la prima badessa fu una certa Remota, venuta a Brione dal monastero di Betumo con 3 o 4 consorelle: è considerata la fondatrice del monastero di Brione.
Da un documento del 1197 si parla di Suore di San Martignano:è probabile che Remota e compagne si installarono tra le vecchie mura del convento di San Martignano e successivamente passarono al nuovo monastero di Santa Maria.
Il monastero di Brione crebbe ben presto di importanza: in un documento del 1232 sono nominate ben venti monache; vi erano poi le converse che attendevano ai servizi della casa ed anche alcuni frati (detti convessi, devoti, redditi: spesso erano persone che avevano dato al monastero le loro sostanze a condizione però di essere mantenute per tutta la vita nellistituto) che avevano lincarico di amministrare in qualità di procuratori una qualche frazione di beni, di sbrigare quelle faccende per le quali le monache erano inadatte. Erano il collegamento tra il mondo esterno e le monache.
Venivano in seguito gli ufficiali o impiegati, il cerusico (medico), lo scudiero o maggiordomo e segretario, i fattori e alle loro dipendenze molti servi per la coltura dei campi e per custodire il bestiame. Cera anche un cappellano che attendeva alla cura spirituale di tutta questa gente e officiava nella chiesa delle monache.
I grandi possedimenti erano in parte coltivati direttamente dal monastero e in parte dati in affitto per un piccolo canone annuo. Anche se i terreni davano un reddito assai importante, le monache di Brione, come tutti i cistercensi, ricavavano altri mezzi di sussistenza da operazioni commerciali, dando denaro in prestito. Bisogna dire che a quei tempi non c'erano le banche e non si potevano esigere interessi per il denaro prestato: il creditore riceveva dal debitore parte delle sostanze, oppure i fitti, i censi ecc. e così facevano le nostre buone monache, ma con grande moderazione. Abbiamo delle testimonianze del 1200: imprestarono denaro a un certo Rustico di Pianezza e Grissia suo figlio, tacitarono con adeguati compensi altri creditori e si impossessarono del patrimonio dei due; unaltra volta pagarono i debiti di certo Pierino Fornerio liberandolo dalla prigione e ricevettero in compenso una vigna.
Qualcuno si faceva benefattore del monastero a patto di essere seppellito in chiesa, altri per essere ricevuti come conversi. Il monastero, saggiamente amministrato, si conservò per quasi due secoli in floridissime condizioni. Nel 1198 il conte Tommaso I di Savoia concesse al monastero esenzioni da pedaggi, balzelli ecc. Inoltre verso il 1208 la Contessa consorte ordinò ai castellani di Avigliana e Susa di proteggere il monastero di Brione. I Conti assegnarono alle monache venti soldi susini affinché pregassero per il figlio Umberto morto nel 1223: questo legato è attestato da un documento in data 16 agosto 1258, firmato da Tommaso II signore del Piemonte.
Concessero inoltre la loro protezione i Governatori di Ivrea e Torino per il re di Napoli e il delfino di Vienna Umberto II. Un atto di Guglielmo VII marchese di Monferrato in data 4 febbraio 1259 conferma le precedenti concessioni fatte da Guglielmo VI e Bonifacio II che accordavano libero passaggio a persone e cose appartenenti al suddetto monastero.
Filippo di Savoia il 16 agosto 1300 da Torino e Amedeo V il 20 aprile 1315 da Rivoli accordano nuovi privilegi; Aimone di Savoia il 5 aprile 1330 e Giacomo di Savoia Principe di Acaja nel 1351, prendono il monastero sotto la loro protezione.
Successive conferme di privilegi a favore del monastero di Santa Maria si hanno da molti principi, ultimo Amedeo IX il 16 settembre 1467.
Lampiezza dei possedimenti del monastero di Brione crebbe enormemente arrivando ad ottenere dallImperatore con diploma dellanno 1238 piena libertà di pascolo, diritti di ogni genere su terre colte e incolte, diritti di derivare acque, pescare, costruire molini, irrigare ecc.
Gli stessi Papi rivolsero le loro cure a questo monastero a cominciare da Innocenzo III (1207) Gregorio IX (1228) Bonifacio VIII (1300) si occupava dei suoi interessi.
E' da sottolineare che nello stesso periodo altri monasteri della Val di Susa (da Novalesa a Montebenedetto) godevano di privilegi e diritti analoghi.
Monastero di Brione (Decadenza e soppressione)
Questo monastero si mantenne per parecchio tempo in buone condizioni, ma cominciò a decadere verso la metà del secolo XV e le cose precipitarono nel secolo XVI. Tra gli anni 1513 e 1601 nel Monastero di Brione avvenne la sostituzione della di Cistercio con la Regola di S. Chiara e perciò venne unito con quello di S. Chiara di Torino. Nel 1584 le monache erano nove invece di dodici per insufficienza di redditi, mantenevano tre donne per il servizio di casa ed un fattore per la cura delle terre (che riceveva dal monastero vitto e alloggio e uno stipendio di quindici scudi). I redditi del monastero ammontavano a seicento scudi, ma da quattro anni (1580) erano assoggettate con provvidenza apostolica allArcivescovo di Torino.
Purtroppo era il periodo delle "commende" il priore o abate commendatario intascava la rendita e non si interessava molto della vita del monastero: anche qui losservanza era scarsa, la clausura quasi nulla, la casa e la chiesa in condizioni miserabili. Varie porte collegavano il monastero con la chiesa, lesterno e i campi.
Si facevano processioni allinterno del chiostro con intervento dei fedeli. Le monache avevano lalloggio, gli alimenti, medico e medicine in comune, ma ciascuna si provvedeva alle vesti lavorando per proprio conto.
Il visitatore apostolico Can. Cesare Losco, co-visitatore di Mons. Peruzzi (l'abbiamo incontrato nel numero 2), in data 24 agosto 1584 rilevò vari inconvenienti, per i quali richiese l'intervento dellArcivescovo di Torino. Questi colse loccasione per applicare un decreto del Concilio di Trento che ordina la soppressione dei monasteri fuori le mura della città (data la poca sicurezza delle campagne, al Concilio decisero di concentrare le case religiose in città: neppure le monache di Brione erano al sicuro, tanto che nel 1368 si raccomandarono al Conte Verde invocando la sua protezione).
Si iniziarono allora pratiche con il comune di Moncalieri donde proveniva la maggior parte delle Cistercensi di Valdellatorre per la costruzione di una nuova casa claustrale. Gli amministratori offrirono cinquecento scudi per il progetto ma poi lArcivescovo Carlo Broglia con suo decreto in data 1 dicembre 1601 ordinò lunione delle monache al monastero di S. Chiara di Torino e assegnò al citato monastero tutti i beni e diritti del monastero di Brione.Il Sommo Pontefice Paolo V con suo Breve del 17 giugno 1603 approvò loperato dellArcivescovo. Era la fine del Monastero di Brione (vedere il numero 6 Parrocchia di S. Maria della Spina).
Questi beni verso il 1700 consistevano ancora in circa 400 giornate nel territorio di Brione, poche a S. Gillio, Givoletto e Valdellatorre delle quali si ricavava un canone di quattro coppi di segala per giornata più la decima del grano e il vino e il diritto per laudemio, terze vendite ecc. In ragione del 16/°°. Oltre ai predetti beni il monastero possedeva il molino di Brione, reddito L. 256 circa 160 giornate allodiali a S. Gillio date a masserzie e rendevano 800 lire, una cascina a Pianezza affittata per 900 lire, un campo a Collegno 170 lire, una cascina a Rivoli del reddito di 750 lire, alcuni beni in S. Antonino che percepivano 165 lire. Il reddito totale era di lire 4500 circa.
Il sistema tributario
Eccoci alle dolenti note. E arcinoto a tutti che fin dalla notte dei tempi, per chi esercitava il potere siano principi, duchi, vassalli, repubbliche o monarchie il primario impegno era quello di imporre ai loro sudditi delle tasse.
Come erano e sono fantasiosi nei nomi (tributi, tasse, taglie, pedaggi, censi, gabelle, sussidi militari, ric. mob. IGE, IRPEF, ILOR, ecc. ecc.) nondimeno furono fantasiosi nei metodi di riscossione. Nel nostro Paese alla voce imposte la normativa recita quanto segue: E un prelievo forzoso di ricchezza che lo Stato ed Enti locali fanno nei confronti dei cittadini per ridistribuirlo in beni e servizi.
Limposta governativa si chiamava da noi "tasso ducale" e quella stabilita per i bisogni del Comune aveva il nome di "taglia". Il Comune teneva nota dei beni soggetti al tasso ducale. Il Governo ne fissava l'importo in cifra tonda o a un tanto per ogni mille lire di reddito presunto ossia un tanto per ogni lira di registro. La riscossione del tasso ducale era affidata allesattore del Comune: questo ufficio veniva assegnato a colui che si offriva alle migliori condizioni, a fronte di uno stipendio consistente in tre o quattro lire per ogni lira di registro. Lesazione si faceva a "quartieri", vale a dire in quattro volte cioè, fine marzo, San Giovanni, San Michele e a Natale.
Non di rado il Governo imponeva le tasse speciali, ad esempio, il cosiddetto sussidio militare in tempo di guerra.
Nella prima metà del secolo XVIII vennero introdotte le tasse di "cotizzo" e di "gioatico" e nel 1799 la tassa di "capitazione".
In questa occasione la popolazione di Val della Torre composta di 296 famiglie e 1554 anime veniva distinta in 1030 persone agiate, 414 mediocremente agiate e 110 povere; e la tassa ammontante a lire 2060, fu sostenuta nella proporzione di lire 1359 dal ceto agiato e lire 701 dalla parte meno agiata.
Vi era inoltre la gabella del sale: il governo imponeva una determinata quantità di sale ad ogni comune, il quale poi era tenuto "a pagarne la fissata tangente e a procurarne lo spaccio" e a tal fine le famiglie erano nuovamente divise in varie categorie, cosicché che i poveri pagavano il sale a un prezzo inferiore. Per lo smercio il Comune nominava un rivenditore, il cosiddetto "gabellotto", a cui corrispondeva un tenue stipendio, ma a volte la distribuzione veniva fatta direttamente alle famiglie dal Sindaco o dal Segretario.
Verso la metà del secolo scorso venne introdotta la tassa di "esercizio" che fu causa al Comune di non pochi grattacapi: non riuscendo a riscuotere dagli esercenti la somma fissatagli dal governo, si trovava costretto a provvedervi in parte con i fondi del proprio bilancio.
Un altro mezzo usato dal Comune per far denaro consisteva nei cosiddetti "censi" i quali non erano altro che mutui (debiti) di denaro con garanzia o ipoteca su certi stabili o terre comunali.
Questo istituto assunse figura e carattere proprio, in seguito alla Bolla di Martino V (1425): con essa, poiché era vietata lusura si permetteva la compra di una rendita annua con la condizione della irripetibilità del capitale. Posteriormente, per le Bolle di Pio V (19 gennaio 1569 e 10 giugno 1570) il creditore della rendita veniva dichiarato comproprietario del fondo fino alla concorrenza del censo dovuto.
Il Comune di Val della Torre possedeva i suoi registri dei beni immobiliari sottoposti ad imposte fino dal 1500: vi erano registrati anche i beni allodiali delle chiese e del monastero di S. Maria, sebbene fossero immuni.
Il valore dei beni immobili era calcolato "a corpo" e non "a misura"; nel 1687 veniva compilato un primo catasto e poi un secondo nel 1772 sempre "a corpo".
Oltre alle "taglie" il Comune disponeva di alcune entrate fisse, che nel 1759 ammontavano a lire 500 per affitto molini, lire 470 per affitto beni comunali e lire 230 per pascoli.
Le spese ordinarie si riducevano a lire 360 al Conte di Caselette, lire 100 al segretario, lire 275 al maestro-sacerdote, lire 50 alla guardia e lire 4 per il ponte di Collegno, (a quei tempi per andare a Torino si doveva transitare per Collegno e pagare il diritto di passaggio a quel conte).
Con le 4 lire annue gli abitanti di Val della Torre avevano libero passaggio. Come era modesto il bilancio del nostro Comune, tanto che la riunione dei capi casa si teneva sulla pubblica piazza.
Fino al 1854 i documenti che il Municipio emanava erano affissi in una nicchia di una casa in piazza e per Brione ad un albero (lo storico gelso). Ma essendo accaduto che una vacca, andando al pascolo, si portò via dallalbo di piazza un foglio contenente la ripartizione delle gabelle, e che in caso di cattivo tempo i documenti appesi al gelso di Brione venivano riportati in Municipio assai malconci e sciupati, allora il consiglio prese la "eroica" decisione di istituire due nuovi albi pretori, uno sulla facciata destra di San Rocco e laltro accanto alla chiesa di Brione.
La Parrocchia di S. Maria della Spina
Nel documento Gezioniano (1006) altre volte citato, non si fa menzione della Chiesa di S.Martiniano e sue dipendenze: ma in qualche copia dellatto con lui Landolfo, vescovo di Torino, confermò (1011) la donazione del suo predecessore Gezone tra le accennate dipendenze, sono distintamente annoverate le chiese di S.Maria, di S. Donato e di S. Giuliano, le quali sono poi sempre rammentate in tutti i successivi documenti riferentesi allAbbazia di S. Solutore in Torino.
Lantica chiesa di S. Maria era munita di un atrio o portico di accesso, ma fu ricostruita dalle monache nella seconda metà del secolo XIII ed ebbe poi il nome di S. Maria della Spina, da un dipinto in essa venerato (restaurato di recente) e che la tradizione dei Brionesi vuole misteriosamente rinvenuto in uno spineto di quei dintorni.
Nellarchivio di Stato si conserva latto autentico della consacrazione della chiesa, fatta dal vescovo di Torino, Goffredo di Montanaro, il 3 gennaio dellanno 1284.
Latto porta la data 2 marzo del medesimo anno e con esso si concedono quaranta giorni di indulgenza ai fedeli che la visitano nellanniversario della consacrazione.
E difficile stabilire lepoca in cui cominciò a funzionare S. Maria come parrocchia, in quanto il Prevosto Brero asserisce che originariamente la giurisdizione parrocchiale di S. Donato si estendeva a tutto il territorio di Val Della Torre, e di fatto nellelenco delle chiese che nel 1386 pagavano cattedratico al vescovo di Torino la chiesa di S. Maria non compare affatto. E però certo che da lungo tempo i cappellani delle monache presero ad esercitare cura danime a favore dei pochi abitanti dei dintorni.
Il più delle volte citato Cesare Losco, Convisitatore di Monsignor Peruzzi il 24 agosto visitò Brione e lasciò scritto: che alla chiesa di S. Maria incombe lobbligo della cura danime in favore degli abitanti di 10 o 12 cascine in tutto circa 25 persone.
Teneva allora lufficio di Curato certo Don Bonifacio Silva di Ivrea di anni 29, cappellano delle monache il quale però non potè presentare alcun documento relativo alla sua istituzione canonica, essendo solo stato verbalmente approvato e deputato a quel posto dal Vicario Generale di Torino.
Più tardi nel 1601 le Clarisse di Torino divenute Patrone della Chiesa di Brione ed eredi dei beni del monastero, continuarono a nominare il Curato, dintesa con lArcivescovo sino alla soppressione nel 1802.
In tale occasione il Parroco di S. Donato Teol. Ottavio Berta, fu sollecito a farsi trasmettere dalle monache soppresse di S. Chiara il diritto di nominare il parroco di Brione.
Lautorità diocesana non riconobbe siffatta trasmissione perché da quellepoca la parrocchia di Brione divenne di libera collazione, ed ora ha territorio proprio e secondo il censimento del 1901 costa di 385 abitanti.
Nel breve Apostolico in data 17 giugno 1603 si trova disposto, tra laltro, che la chiesa del monastero debba restare aperta al culto, sotto il titolo di S. Maria della Spina, in seguito a ciò fu assegnata una casa vicino alla chiesa per abitazione del parroco. La congrua parrocchiale consisteva in lire 80 che il monastero pagava a semestri maturati, portata poi a lire 100 dopo lanno 1752, le decime del grano e del vino, tre giornate di alteno e il diritto di far legna, e altri diritti minuti su beni enfiteutici.
La chiesa di Brione prima della soppressione delle monache aveva ai quattro angoli altrettanti piccoli campanili che furono atterrati nel 1601 per far luogo allattuale.
Alle spese dellolio per la lampada, cera e di altre cose occorrenti per il culto, dopo la partenza delle monache, provvidero per qualche tempo i borghigiani, ma poi lintendenza generale di Torino, in seguito a ricorso dei Brionesi, dichiarò che il tenimento di Brione doveva far parte del territorio di Val Della Torre e sostenerne, nella misura voluta dalla natura di beni enfiteutici, i pesi e obbligava la comunità di Val Della Torre a provvedere alle spese di culto nel modo che già costumavasi per la Parrocchia di S. Donato.
Dipendono dalla Parrocchia di S. Maria della Spina la cappella di S. Rocco al Trucco costruita durante la reggenza del Sac. Antonio Carignano e quella della Sacra Famiglia sul Monte Calvo aperta al culto il lunedì di Pasqua del 1909.
Degna di nota fu linaugurazione il 1 maggio 1913 nella sala S. Giuseppe di un ufficio postale per iniziativa del Rev. Parroco e lappoggio efficacissimo del Conte Senatore Teofilo Rossi.
Lo scrivente si augura che S. Maria della Spina, divenga il piccolo Santuario del valtorresi, e che di fronte a quellicona ognuno possa invocare il patrocinio della Beatissima Vergine, per tutte le nostre incombenti necessità spirituali e materiali e possa esclamare: Beata Te che hai creduto!
La statua di Gesù Cristo sul monte Musinè
Da quando iniziammo questa breve storia, idealmente e anche praticamente siamo sempre saliti, alle Cappelle, alla Parrocchia, alla Bassa; che fatica sempre salire! Eppure i grandi avvenimenti sono avvenuti in montagna, per es. Mosè ricevette le Tavole della Legge sul Sinai, Gesù si trasfigura sul Tabor, sale sul Calvario, "piccola montagna", ma con sofferenze inaudite, Maria SS. è sul Monte Carmelo ecc.
Nellanno giubilare 1900 E.V. sorse in Italia lidea di consacrare le vette principali dei nostri monti con monumenti Gesù Cristo Redentore.
La proposta venne tosto incoraggiata e benedetta dal grande Pontefice Leone XIII, e così ogni regione o diocesi fece sorgere una chiesa o una croce o una statua sul monte più elevato dei dintorni.
Dietro iniziativa del teologo Francesco Pautasso, Prevosto di Caselette, i parroci della vicaria di Pianezza e dei paesi limitrofi proposero ed elevarono una croce monumentale sulla vetta del Musinè, ove proprio sul vertice del monte si trovano i termini dei circondari e delle diocesi di Torino e di Susa, che segnano pure i confini di Valdellatorre, Caselette, Rivera e Almese.
Alcuni dati tecnici della croce. Essa formasi di un prisma a base quadrata avente metri 4 di lato e alto metri 3,20, è fondato nella viva roccia e costituisce un solido basamento. Su questo posa un tronco di piramide alto metri 1,80 che raccorda a sezione del basamento con quella più ristretta della croce, quindi si eleva la croce a sezione quadrata costante con metri 1,50 di lato e alta metri 10, le braccia con sezione pari allantenna, misurano 1,75 di sbalzo.
La struttura è tutta composta di calcestruzzo, con forti nervature di ferro che vanno dal basamento alla sommità e da tiranti che reggono le braccia. Laltezza complessiva dellopera è di metri 15, a metri 9,50 dal suolo è interamente vuota e le pareti si riducono di spessore col crescere dellaltezza. Ciò permise un risparmio di materiale e abbassò il centro di gravità delledificio favorendone la stabilità.
La croce venne solennemente benedetta dal Prevosto di Caselette la domenica 10 novembre 1901. Su quel monte si vollero pure inaugurare feste costantiniane, cioè il decreto di libertà accordata nellanno 313 dallImperatore Costantino alla religione cristiana.
Preludio a questo decreto fu un altro avvenimento seguito nellanno 312, lapparizione della Croce al medesimo Imperatore con lo storico motto IN H0C SIGNO VINCES.
Fondata tradizione corroborata da storici eminenti, ci narra che la Croce sarebbe comparsa una prima volta sulloccidente di Torino quando fu conquistata questa città. La pianura dunque che da Torino si stende al vicino Musinè, sarebbe stata spettatrice di questa prima apparizione della Croce e tal fatto ben merita di essere ricordato.
Particolari e solenni festeggiamenti avvennero nellanno 1912 XVI Centenario, infatti la mattina del 22 settembre 1912 partivano rispettivamente da Caselette, Rivera e Valdellatorre tre grandiosi pellegrinaggi aventi ciascuno alla testa un Vescovo. Per Valdellatorre S. E. Monsignor Angelo Bortolomasi (nativo di Pianezza) Vescovo ausiliare di Torino. Arrivò in paese alle ore 16 del 21 settembre accolto con vivo entusiasmo da autorità e popolo, e il giorno successivo partecipò alla Solennissima Processione Eucaristica dal Santuario di S. Abaco alla Parrocchia di Caselette con lintervento del Cardinal Richelmy Arcivescovo di Torino.
Sulla vetta del Musinè, dove più fulgida splende la gloria del Creato la Croce di Cristo ricordi le più nobili e salutari ascensioni verso la Patria Celeste.